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la carta di venezia La comunicazione giornalistica dei Femminicidi e del femminicidio - 2a parte
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La comunicazione giornalistica dei Femminicidi – Seconda parte

Nell’articolo precedente di questa rubrica abbiamo parlato di femminicidi e della retorica reiterata nel raccontare la vita dell’omicida piuttosto che prestare il giusto rispetto alla vittima.

Nessuno su un tema così delicato ha le risposte esatte per aiutare a eliminare un problema culturale che affonda le sue radici in secoli di cultura che ha posto al centro l’uomo, però la comunicazione giornalistica potrebbe essere un punto di partenza per mostrare delle prospettive imparziali sui femminicidi. 

Una soluzione sensata potrebbe essere quella di eliminare nel racconto di un femminicidio le dinamiche dell’omicidio passionale, per trattarli come problema culturale. Un aiuto per i giornalisti dovrebbe assolutamente essere la Carta di Venezia, ovvero il MANIFESTO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI PER IL RISPETTO E LA PARITA’ DI GENERE NELL’INFORMAZIONE CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE ATTRAVERSO PAROLE E IMMAGINI. 

Questo manifesto è nato a Venezia il 25 novembre 2017 e ha come scopo «una corretta informazione per contrastare la violenza sulle donne, come chiede la Convenzione di Istanbul». Il manifesto sostiene che «la violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi “civile”». 

La carta di Venezia fornisce degli strumenti per una migliore comunicazione giornalistica per le questioni che concernono la parità di genere. Parla di formazione deontologica sui casi di violenza su donne e minori, di evitare di usare una comunicazione legata a stereotipi e solo per ottenere più click o copie vendute, e di come utilizzare un linguaggio di genere corretto. Non si limita solo a questo, e nel caso specifico del femminicidio sono da evidenziare il punto 5 e 10: 

5. Utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale; […]

10. Nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

  • espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;
  • termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;
  • l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;
  • di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.
  • di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.

Dopo sette anni dalla sua stesura c’è ancora molto lavoro da fare vista la narrazione che gira attorno ai femminicidi. Ma di certo la Carta di Venezia è una buona base per le giornaliste e i giornalisti del futuro, per costruire una comunicazione migliore quando si parla di violenza di genere e femminicidi. 

Giorgia Chiaro

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