Cosa conosciamo del Carso
Siamo quello che mangiamo, l’aria che respiriamo ed anche i luoghi resi sacri ad ognuno dai ricordi dei propri cari, dal lavorio di generazioni e da quello che ci ritorna dalle pagine scritte e dai luoghi immaginati.
Ogni luogo cela un po’ “la nostra Africa” – ricordi – che la Blixen descrive e che costituiscono lo sfondo di un famoso film che ho spesso immaginato di vivere qui.
Per me è il Carso, un insieme inseparabile di natura, storia e magia.
Vi ho vissuto le prime, inesperte e febbrili ricerche speleclogiche.
Una piccola dolina celava un ingresso troppo poco ostruito per promettere una cavità inesplorata. Le verifiche a posteriori, sulle mappe del catasto hanno indicato che era una grotta ben conosciuta, proprio la numero 1 VG. Per fortuna almeno una soddisfazione: durante l’esplorazione fu scoperta un’ampia parte nuova ma in quell’occasione il viaggio verso il Timavo non prosegui.
Con il tempo, si cambia ed il gioco dell’esplorazione, per mille motivi, muta in attività apparentemente più serie. Si legge, si rilegge, si scrive, si elaborano idee e si inquadra il contesto non solo ambientale ma anche umano, culturale del luogo, elementi che arricchiscono il rapporto con i luoghi. Quanti spunti anche letterari, quanti hanno scritto del Carso, quanti l’hanno studiato sotto molteplici aspetti. Ne derivano ulteriori stimoli e curiosità: come si pongono gli abitanti rispetto al loro territorio? E la loro “heimat”, la piccola patria/rifugio, ipica del mondo tedesco? Leggo l’angoscia di Kosovel che sente la bora di notte, “la finestra morta che cigola mentre l’Adriatico martella le coste”.
Dal punto di vista umano, mi piacerebbe sapere se esiste una tensione generazionale: ci sono confitti tra nonni, magari una volta contadini, e i loro discendenti, oggi forse geston di un agriturismo, e le ultime generazioni che hanno abbandonato la “Terra’ e lavorano o più spesso studiano altrove? Con alcuni di loro, ci incrociamo a valle, ognuno perso lungo i propri assonnati percorsi mattutini: chi va a scuola perché in Carso non c’è un istituto superiore, mentre mi avvio al posto che mil compete nell’ingranaggio.
Ed ancora, come giudicano i residenti le novità positive e negative, le nuove infrastrutture, il tram che agonizza…Vorrei sapere cosa amano di questo luogo, per molti, per me, ritenuto magico e di quel che ne rimane e lo identifica: la lingua, le ormai poche case di pietra, i muretti, un po’ di verde, le tradizioni. I triestini conoscono solo quelle enogastronomiche, le osmize o le nozze carsiche. Quali analogie e differenze con altre comunità, quasi straniere in patria, che sono sopravvissute ed hanno mantenuto la loro identità in montagna o qualche volta anche vicino al mare: sono gli abitanti di Sauris. I Walser sotto al Monte Rosa, i Cimbri ed i Mocheni dell’Altipiano di Asiago per giungere fino agli Albanesi del tavoliere di Puglia.
Qui dalla città, dal di fuori, si vedono solamente alcuni aspetti delle vicende che hanno coinvolto l’altipiano, che oscilla tra un passato anche doloroso ed un presente ed un futuro ancora incerti. Possono essere sia premessa della sua salvaguardia sia di un lento svanire della sua identità storica, sommersa da una grigia omegeneità.
Contemporaneamente tutto rischia di finire in pasto ad una política di basso livello, in cui ogni parte difende i proprio orticelo. Scenari alternativi si prospettano: lasciare tutto cosi com’è e sollevare ad oltranza ostacoli alle iniziative volte ad approfondire la conoscenza e la tutela del Carso, punto di partenza per superare legittime divergenze, nonostante tali prassi siano già sperimentate altrove con successo. O avviare un percorso per una vera comprensione tra generazioni e culture, rispettose delle differenze, non solo per un’astratta “convivenza” ma per un concreto sviluppo eco-compatibile del territorio. Non guasterebbe però un’attenzione alla pianificazione d’area vasta che recenti scelte di governo ad ogni livello sembrano ulteriormente compromettere.
Come se non bastassero tali miopie, quanta strada sia ancora da percorrere lo rimarcano barbari gesti d’odio, ancora compiuti impunemente in città e sul Carso, che insanguinano nottetempo monumenti ed edifici pubblici, ritenuti di esclusiva proprietà.
Riccardo Ravalli
Tratto da Konrad numero 194 di marzo 2014
