Konrad
Locandina TFF 2022
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Su alcuni film del TRIESTE FILM FESTIVAL TRENTATREESIMA EDIZIONE – 2022

Premessa

Perché parlare di alcuni film di questo meraviglioso festival usciti un anno fa, giusto prima che ne escano i nuovi della nuova edizione, quella del 2023? Per due semplici e necessari motivi. Il primo riguarda il fatto che il Konrad non era attivo e non poteva (ancora) rendere conto di una piccola realtà che stava accadendo (il festival appunto, con i suoi molti appuntamenti). Il secondo motivo perché il nostro collaboratore che si occupava dei film e delle visioni cinematografiche se n’è andato a vederli in una sala a noi interdetta (nel 2019): lui era Gianni Ursini, una delle anime genuine di Konrad, e parlare di film è un modo per parlare di lui.

Locandina TFF 2022
Locandina TFF 2022


Lungometraggi

Strahinja Banović (Finché posso camminare), di Stefan Arsenijević (Serbia – Lussemburgo – Francia – Bulgaria – Lituania)

La triste e sempre poco trattata tematica dei migranti, dei loro tragitti, delle loro motivazioni, insomma del loro vivere, è stata resa con dinamiche esistenziali e d’amore che ne rinnovano un po’ il filone umanitario. La delicatezza e quasi la gentilezza che si manifestano in alcune situazioni non inficiano sul realismo e quando lo fanno viene da prenderle come fossero all’interno di una favola. Se il bisturi deve tagliare per mostrare (ed estrarre) il male qui si è preferito mettergli un semplice cerotto, la cui indicazione superficiale della ferita non ne toglie però la profondità.

Una delle due menzioni speciali della giuria del Festival è andata qui.

Murina (Murena), di Antoneta Alamat Kusijanović (Croazia – Brasile – USA – Slovenia)

Murina, TRIESTE FILM FESTIVAL TRENTATREESIMA EDIZIONE - 2022
Murina

La ribellione adolescenziale di Julija è stesa delicatamente in una scenografia meravigliosa dove il delicato e l’esistenziale si fanno profondità, come dimostrano le scene subacquee in cui avvengono le rivelazioni: indipendenza dalla madre, dichiarazione d’amore, uccisione (metaforica) del padre. E infine libertà.

Kelti (Celti), di Milica Tomović (Serbia)

Un film molto bello con una trama praticamente inesistente: ma com’è piena! Alcuni dialoghi sono un misto tra Tondelli (quello di Dinner Party), Almodovar (soprattutto i primi) e qualche punta di grottesco alla Wes Anderson. Questa la trama: una festa di compleanno di una bambina. Stop. Eppure…

I dialoghi e le dinamiche che ne vengono fuori s’innalzano facilmente, spontaneamente a metafore della politica, chiamiamola così, del tempo in cui si svolge il compleanno: il 1993. La dissoluzione della Jugoslavia e il conseguente smarrimento dei cittadini sono qui raccolte dai giochi di coppia (etero, lesbici, omosessuali, amicali, forti, deboli, etc.). Ma non solo. Quasi a ognuno possiamo dare una metafora: il protagonista buono è calmo, ha problemi con la moglie perché si è scoperto impotente dopo il taglio dei capelli di quest’ultima: sono stati tagliati gli stati, i cittadini, gli amori, lo stesso sesso: lui è buono, solo, vuole bene alla figlia, agli amici, è sensato ed è impotente; lei, che scappa, che si fa quasi violentare per soddisfazione sessuale, per centramento, ne è la contrapposizione. Forse la stessa cosa.

Un bambino poi, che mi sembra dica solo una volta “buonanotte”, vaga per la casa non voluto o peggio ignorato da tutti, si sporca di torta la camicia per colpa di una spinta ma cerca ordinatamente e laconicamente di cavarsela da solo. Alla fine, viene completamente ignorato: un fantasma umano, come il passato dell’ex-Jugoslavia? Il film si conclude esplicitamente con lui che sale sull’albero per guardare la città…

Sono d’accordo con quello che dice la regista nell’introduzione alla visione online: in questo film bisogna fare come i protagonisti (adulti): bere e fumare.

La giuria gli ha attribuito una delle due menzioni speciali. Ne siamo contenti.

Întregalde, di Radu Muntean (Romania)

Intregalde, TRIESTE FILM FESTIVAL TRENTATREESIMA EDIZIONE - 2022
Intregalde

Come in quello precedente, anche in questo non succede praticamente niente. Quello che accade e il modo in cui accade continuano a perplimermi, forse per il potenziale sprecato (non per la giuria del Festival, che l’ha considerato il miglior lungometraggio dandogli il Premio Trieste). Alcuni volontari portano cibo ai bisognosi in alcuni angoli sperduti e impervi della Romania. Fa freddo e la loro jeep s’impantana. Aspettano gli aiuti. Incontrano un pazzo. Vengono aiutati dagli abitanti del luogo e poi soccorsi. Il bollettino arido è per fortuna salvato da un lirismo implicito che però non riesce a svilupparsi: non nei dialoghi, non nella situazione, forse un po’ nel gelido ambiente boschivo rumeno. Non so. È anche questo un buon film, ma non direi tanto da meritare la vittoria su altri.

Durna Çiraği (La luce della gru), di Hilal Baydarov (Azerbaigian)

La poesia sgocciola da questo film in maniera commovente e piena. L’inizio è già quel che sarà il film: diretto, reale e favolistico. I tratti mistici affiorano appena e non danno fastidio. L’intrigo affabulatorio iniziale (quattro donne sono scomparse per un periodo: sono state rapite o hanno voluto farsi rapire da Davud?) è un gancio che non ti lascia fino a un certo punto: poi sei tu che non puoi lasciarlo, anche se sai che non potrà finire che in un modo. Ma anche se sai, alla fine, non lo sai: la propria interiorità è fatta di domande e riflessioni che portano ad altre domande e riflessioni. Gli apoftegmi lirici si snodano come chicchi di un rosaio (riporto a memoria): “questa è la storia di un cuore che si chiude”, “la legge indaga i crimini invisibili, non quelli visibili” e tante altre frasi aforistiche che veramente non hanno il tempo di rivelarsi appieno, e va bene così. La simmetria esplicita delle immagini è resa più agevole da una cinepresa che non si muove, ma inquadra. Questi quadri, come dei fermoimmagine che permettono a qualcosa di muoversi al loro interno (la neve, la pioggia, le pompe, un’auto che passa, etc.), quasi stelle cadenti, sono pagine di poesia, non tanto per la bellezza in sé ma per la perfezione in cui si fondono testo e rappresentazione. Nulla sembra riservato al caso.

Il film è un fuori concorso ed è il più grande tra quelli visti.

Cortometraggi

Big, di Daniele Pini (Italia), è una forte ma delicata favola di vendetta di una disabile abusata. Bella la recitazione, le immagini, la trama, la delicatezza, direi addirittura la consapevolezza della delicatezza nonostante tutto.

Ha vinto il Premio del Pubblico e noi, in quanto pubblico, non possiamo che esserne felici.

In Inchei, di Federico Demattè (Italia), come per due dei lungometraggi toccati più sopra, succede poco, ma quel che non accade si fa sentire come una presenza fisica, tangibile: il trasferimento per lavoro di Armando, un quindicenne rom, da Milano a Berlino. Succede poco, si festeggia, si parla, l’amore brucia e c’è tensione. Poteva dare molto di più.

Pa vend (Da un posto all’altro), di Samir Karahoda (Kosovo), ha il respiro di un film ma l’aneddotica di un corto: la squadra il circolo di ping pong Lidhja e Prizrenit (La lega di Prizren) non ha dove allenarsi e i tavoli fanno come la pallina e la pallina (lo sport) di conseguenza non viene rispettata. La squadra olimpionica stenta ad allenarsi per le future olimpiadi.

Come spesso accade, gli sport cosiddetti “minori” fanno fatica a essere considerati alla stregua dei “grandi”, e il Kosovo purtroppo non viene escluso.

Il cortometraggio ha vinto il Premio Fondazione Osiride Brovedani, e sicuramente un premio lo meritava.

In Snjeguljica (Biancaneve), di Lana Barić (Croazia), la nostra Biancaneve non ce la fa più, è in una comunità di recupero. La morte della madre la fa incontrare con il fratello e i tre figli che aveva lasciato e scattano i ricordi: la sua mela è stata la sua lingua, lasciata addentata sul piatto. Nessun bacio l’ha riportata su. Desolante, feroce e molto umano.

In Samogłow (Pesce luna), di Jakub Prysak (Polonia), l’amicizia è infinita, come la depressione, la miseria, la rassegnazione e la bontà. Due amici (Eryk, mungitore di mucche in un caseificio, e Marissa, prostituta in un night) si amano. Lui non ce la fa più ma incoraggia lei a farcela. Lui, che alla fine non ce la farà, ce la farà a persuadere l’amica e a regalarle un’altra possibilità di vita. A tratti molto lirico.

Techno, mama, di Saulius Baradinskas (Lituania)

La “violenza domestica” (parole dall’introduzione del regista nella visione online) si può dispiegare in infiniti modi: qui ha le sembianze di una madre incapace di amare. Il figlio più grande cerca di accudirsi da solo e si ribella. La violenza non è solo fisica, si sa, ma forse ogni tanto uno schiaffo al momento giusto (una volta o due nella vita) può aiutare: lo descrive bene anche Federico de Roberto, verso la fine del suo I Viceré. Per rendere viva una violenza puramente psicologica. Un disagio adolescenziale che finisce in libertà.

Documentari

Film balconowy (Dal balcone), di Paweł Łoziński (Polonia)

Nonostante l’idea non molto originale in tempi pandemici il risultato del celebre documentarista è stato curioso e parzialmente interessante, anche se la staticità quasi totale dell’inquadratura – e chiaramente sua caratteristica – appesantiva a tratti il film. L’idea è fermare le persone che passano sulla strada sotto il balcone e cercare di farsi raccontare il senso della vita o un loro spaccato esistenziale, con esiti alterni alle volte davvero sorprendenti. La sincerità e direi l’onestà totale – che ho apprezzato fortemente, forse la parte più bella del film – ha fatto sì che riprendesse anche la moglie e la figlia che uscivano dal portone e passavano di là. Alcune punte si hanno quando le persone fermate sintetizzano un fatto, un passaggio importantissimo per loro, perché rimane una carica emotivamente inespressa ma appunto carica, energia che si percepisce in immagine e poi si disperde.

A Trieste un lavoro simile sarebbe stato non solo impossibile ma anche inconcepibile: forse qualche paesino del Carso avrebbe avuto una chance (ma quanti balconi danno su una strada di passaggio in quei bei paesini?) o forse qualche rione come San Giacomo (perché sempre meno triestino e quindi più predisposto all’altro?). A Varsavia era ed è diverso.

Conclusione

Noto in generale un innalzamento della qualità media (già notevole) a discapito di un forse piccolo abbassamento di quella alta e, a volte, dell’originalità. La diversità oggettiva, di cui i film presentati ai primi anni del Festival erano portatori, adesso non mi sembra di scorgerla: se ciò sia dovuto a una standardizzazione, a un’omologazione del modo di fare sceneggiatura e regia dipendente da una società (e dai suoi relativi strumenti) sempre più standardizzata e omologata non posso dirlo con certezza ma considero giusto terminare con questa riflessione.

Riccardo Redivo

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2 comments

Cinema e migrazioni al Trieste Film Festival - Konrad 26 Gennaio 2023 at 7:51

[…] film passa nel 2022 al Trieste Film Festival, ma è nella edizione attuale che il tema della Rotta balcanica e degli ingressi in Italia […]

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Trieste Film Festival 2023 – XXXIV Edizione - Konrad 28 Gennaio 2023 at 7:44

[…] non riuscirò ad andare a vedere molti spettacoli di questo straordinario festival che mi meraviglia ogni anno. Scrivo queste brevissime righe per condividere la mancanza di una mia […]

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