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Dall’archivio di Konrad: il fuoco in ecologia

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Alla luce degli ultimi incendi che, a parere di molti non “addetti ai lavori”, sembra abbiano devastato l’altopiano carsico, vorrei suscitarvi la curiosità e l’interesse sui principali aspetti del fuoco in ecologia, per incrinare l’idea comune che si tratti di un fenomeno prettamente catastrofico.

Il fuoco, nella storia del pianeta, ha sempre esplicato il suo ruolo di mantenitore e modificatore di ambienti naturali, mentre il suo utlizzo da parte dell’uomo nell’area mediterranea sembra risalga a circa 700.000 anni fa. Se analizziamo le cause di un incendio possiamo suddividere in origini naturali (es. fulmini) e in origini antropiche (dolose o colpose).

Il fuoco rappresenta un essenziale fattore ecologico nelle regioni tropicali, mediterranee e in tutte quelle che presentano aridità stagionale. Tra di esse, troviamo i climi nei quali sono diffuse le foreste di conifere (es. taiga siberiana) o le formazioni prative (praterie, savane, steppe e lande).

La presenza di combustibile (dato dalla biomassa e necromassa), aridità e vento sono le condizioni otimali per l’innesco e la propagazione degli incendi. Questi generalmente vengono suddivisi in “incendi a corona” e in “incendi superficiali”. Nei primi, violenti ed intensi, anche le chiome degli alberi vengono coinvolte e la temperatura supera i 1.000 gradi centigradi (es. foreste di conifere della taiga). Gli incendi superficiali, invece, distruggono solo le specie vegetali più sensibili con temperature comprese tra 70-550 gradi centigradi. È il caso di molti incendi delle savane africane e delle steppe centro-asiatiche,che vengono spesso appiccati da pastori transumanti per rigenerare più rapidamente i colico ertoso rendendolo più appetibile per le loro greggi. Questo è anche il caso degli incendi della macchia e della gariga mediterranea, nonché di alcune aree steppiche europee, che si verificano con una certa frequenza e sono un fenomeno ben conosciuto e studiato da tempo.

Andiamo ora a vedere gi effetti del fuoco sull’ecosistema.

Nell’evoluzione delle piante, non mancano gli adattamenti anche a questo fenomeno naturale: la presenza di ispessimenti della corteccia, di gemme dormienti sottocorticali o sotto dense basi fogliari, rizomi (felci), bulbi (geofite primaverili), aghi resistenti al fuoco per protezione di gemme apicali, coni legnosi di conifere, ecc. In molti casi il fuoco esalta i processi rigenerativi o riproduttivi; infatti, non mancano esempi di semi di piante la cui germinazione è indotta dal calore e dal fumo dell’incendio (es. Cistus sp.) o le cui infiorescenze vengono stimolate da esso (Orchidacee, Ama-ryllidacee, Iridacee e Liliacee). Il fuoco quindi tende ad eliminare le specie ad esso sensibili, determinando una maggiore penetrazione della luce al suolo e riducendo la competizione per l’acqua e per i nutrienti, coadiuvando inoltre l’attività degli organismi decompositori. Il verificarsi di un incendio crea il cosiddetto “mosaico del fuoco”, un insieme di macchie di vegetazione a diversa struttura e composizione. Esso evita l’accumulo di detrito infiammabile al suolo, riducendo cosi i periodo di incendi violenti e ricicla rapidamente i nutrienti.

Se finora abbiamo visto gli effetti positivi del fuoco per l’ecosistema, esso può altresi creare ripercussioni negative in ambienti e condizioni meno toleranti ad esso. Se troppo intenso, diffuso e frequente, il fuoco causa una perdita di diversità fioristica e crea condizioni adatte per l’eventuale insediamento di specie aliene; inoltre, può determinare l’erosione del suolo su pendii scoscesi ed eliminando la lettiera modifica la temperatura e la capacita di riserva idrica del suolo, con conseguenti cambiamenti permanenti nella vegetazione e nella fauna locali. Gli incendi possono sia stimolare, sia inibire i patogeni delle piante a seconda dell’intensità del fuoco e dele condizioni ambientali. D’altra parte essi possono creare sulle piante siti d’infezione per molti patogeni, incrementandone la vulnerabilità ad altre malattie.

Come ribadito dal prof. em. Livio Poldini in riferimento al Carso, la presenza di un bosco ben strutturato e con molta meno necromassa rispetto all’attuale situazione, favorito anche da un diradamento selettivo di piante resinose come i pino nero e lo scotano, risulterebbe meno vulnerabile agli incendi.

Globalmente si è visto che l’esistenza stessa di alcuni ecosistemi si basa sulla ricorrenza degli incendi, naturali o antropici, nel corso dei millenni. In assenza di incendi le brughiere inglesi e la macchia mediterranea, definite “formazioni antropogeniche”, si trasformarebbero rapidamente in foreste. Da modelli di simulazione è emerso che l’esclusione prolungata degli incendi dalle savane provocherebbe una notevole riduzione della densità e della diversità delle piante erbacee ed un incremento della densità e diversità degli alberi. Gli ecosistemi prativi, parimenti a tutti gli altri ecosistemi inclusi quelli forestali, esplicano le loro funzioni con diversi gradi di efficienza in base alla loro struttura e composizione (biodiversità). Se si mira alla conservazione di un habitat, essa presuppone una profonda conoscenza delle crigini, elementi, evoluzione e complesse relazioni ecosistemiche dell’habitat stesso e dei rapporti con gli ambienti, naturali e non, contigui ad esso.

Cristian Trani

Naturalista

Tratto da Konrad n. 175 Di aprile 2012

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