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LED stradali

Nell’ultimo articolo in tema di inquinamento luminoso abbiamo visto le caratteristiche tecniche dei LED e di come utilizzarli al meglio nelle nostre abitazioni; da qualche tempo la stessa sorgente di luce ha iniziato a sostituire anche le vecchie lampade di illuminazione stradale e pubblica, ma anche in questi contesti si tratta di una tecnologia che deve essere utilizzata con alcune attenzioni.

Vediamo dapprima quali tecnologie (pregi e difetti) sono state utilizzate sinora, in ordine di efficienza:

Seppure in ordine diverso, il grafico rappresenta gli spetti di emissione delle principali tipologie di lampade qui sotto descritte
  • Le vecchie lampadine a incandescenza emettono una luce piuttosto spostata verso il rosso e priva di luce blu e ultravioletta; durano relativamente poco (mediamente 1.000 ore) e sono poco efficienti: per ogni Watt di potenza consumata, sprecandone molta in calore, possono produrre da 9 a 20 lumen. Da molti anni non sono più utilizzate per l’illuminazione stradale.
  • Le lampade al mercurio (sono del tipo a scarica di gas) emettono su quasi tutto lo spettro della luce con un picco tra il verde e il blu ma anche nell’ultravioletto; sono quelle dei lampioni stradali che presentano una luce bianca molto fredda, e sono più efficienti giacché offrono circa 50-54 lumen per ogni Watt assorbito.
  • Quelle agli alogenuri sono le tipiche lampade che illuminano i nostri stadi; anch’esse a scarica, presentano una luce molto bianca, dallo spettro continuo sino all’ultravioletto; la loro efficienza è di circa 80-95 ln/W … e per fortuna vengono spente a fine partita!
  • Ancora più efficienti sono le lampade ai vapori di sodio ad alta pressione (a scarica) con 70-150 ln/W; durano oltre 10.000 ore ed emettono una luce gialla-arancione che falsa i colori.
  • Le lampade ai vapori di sodio a bassa pressione, sorelle delle precedenti, sono le più efficienti (150-200 ln/W), hanno approssimativamente la stessa durata, ma hanno il difetto di emettere luce monocromatica, motivo per il quale sembra di vivere in un mondo in “arancione e nero” senza la possibilità di distinguere nessun colore.

Tutte queste tipologie di lampade hanno una forma a bulbo tondeggiante e, per realizzare corpi illuminanti che non disperdano flusso luminoso (per la Legge Regionale FVG n. 15 del 2007 deve (dovrebbe) essere solamente verso il basso, nemmeno orizzontale) è più complicata e costosa la loro produzione.

Esistono tecnologie che tutelano la sicurezza meglio di quella qui illustrata: questi fanali, in completa inosservanza della Legge Regionale sopra citata, sparano attorno tanta luce che sono visibili dalle alture alle spalle del paese di Gropada, prossime al confine con la Slovenia.

Diversamente, la tecnologia costruttiva dei LED realizza le proprie sorgenti come piccole superfici piane con le quali è facile ed efficiente creare corpi illuminanti piatti, che irraggiano tutti in un’unica direzione.

Con un’efficienza che, secondo le ultime tecnologie, può raggiungere 300 ln/W (i primissimi ne rendevano meno di 90) e una durata fino a 50.000 ore, sono quindi le sorgenti ideali per sostituire i vecchi impianti di illuminazione, anche perché pochissima energia di quella che assorbono viene sprecata in inutile calore.

Certamente devono essere posizionati correttamente (orizzontali che illuminino in basso, non verticali come talvolta si può riscontrare) ma in taluni ambiti, anche posizionati correttamente, possono creare inquinamento luminoso: vediamo due casi.

Sicuramente per gli astronomi professionisti il cielo ideale è quello buio naturale, privo di ogni sorgente di luce artificiale possibile e per questo motivo fanno costruire i loro strumenti più aggiornati nelle aree desertiche.

Anche per gli astrofili il cielo buio sarebbe la condizione ideale ma è indispensabile adattarsi per non dover viaggiare troppo lontano con il pesante ma gradito fardello costituito dal telescopio; anche con il cielo inquinato da luci al mercurio e al sodio è possibile ridurre l’indesiderato effetto grazie a speciali filtri da utilizzare con gli strumenti di osservazione.

Anche per gli astrofotografi amatoriali è possibile difendersi utilizzando una tecnica particolare chiamata fotografia a banda stretta (sarebbe troppo lungo descriverla in questo contesto).

Purtroppo, come abbiamo visto la volta scorsa, i LED (come del resto le lampade al mercurio e quelle agli alogenuri) emettono su tutta la gamma dei colori e da questa tipologia di sorgente luminosa è impossibile difendersi con i filtri.

Per queste amatori, e per tutti coloro che desiderano poter ammirare il cielo così com’è stato creato, l’unica speranza è che gli amministratori pubblici, consapevoli delle problematiche, vigilino sulla corretta installazione dei vecchi e nuovi impianti, e che l’unico disturbo derivi dalla luce riflessa verso l’alto dall’asfalto, dai marciapiedi e dalle autovetture parcheggiate nelle nostre strade, quindi con l’inquinamento ridotto al minimo possibile, seppure non assente.

Ma anche se tutto viene fatto a regola d’arte c’è ancora un rischio che, in questo momento e nel golfo locale, viene monitorato dai ricercatori della sezione OCE dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale.

Andando al mare durante l’estate, avete mai provato a immergervi qualche metro sotto la superficie dell’acqua, magari per raccogliere qualche conchiglia dal fondo, e vi siete ritrovati in un mondo tinto d’azzurro?

Questo perché, a differenza della luce rossa, quella blu è in grado di penetrare nell’acqua sino a una certa profondità e, come già descritto nell’articolo precedente, i LED ne producono in abbondanza.

La domanda alla quale i ricercatori desiderano dare risposta è: i nuovi impianti di illuminazione a LED delle strade rivierasche, quanto possono disturbare tutte le forme di vita marina?

Ecco un’altra forma di potenziale inquinamento luminoso, difficile anche solamente da immaginare per i non specialisti.

Vorrei infine ricordare che nessuna tecnologia è di per se buona o cattiva, il problema è come viene usata.

Muzio Bobbio

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