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Putin storico in capo
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Putin storico in capo

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I regimi autoritari, e ancor più quelli totalitari, hanno sempre manipolato le narrazioni storiche per giustificare la propria esistenza ed esaltare i propri (spesso presunti) successi.
L’onere – non privo di connessi onori – di provvedere a questo compito era solitamente affidato a intellettuali compiacenti e/o plasmati ideologicamente, con il supporto di zelanti funzionari delle amministrazioni competenti, le scolastiche in primis.
E’ perciò quanto meno anomalo che il ruolo chiave, nella riscrittura della storia di un intero Paese, sia stato assunto in prima persona dal suo leader politico.
E’ questo però che accade, ormai da un ventennio, in Russia, a opera del presidente Vladimir Putin, come documenta lo storico francese Nicolas Werth nel recente Putin storico in capo.
Presidente tra l’altro della sezione francese di Memorial – associazione fondata nel 1989 da Andrej Sacharov e prima perseguitata ma infine soppressa (anzi “liquidata”) dal regime dopo (e per) aver documentato gli orrori nell’URSS di Stalin – Werth parte dai decenni della “vulgata sovietica”, quando la sistematica manipolazione storica era funzionale al potere del PCUS, legittimato dalle “leggi della storia”, ed era quindi terreno riservato agli storici marxisti asserviti al partito. La breve stagione della glasnost di Mikhail Gorbačëv rompe con il passato proprio a partire dalla storia: si pubblicano così le opere in precedenza proibite di Achmatova, Pasternak, Grossman e Solženicyn, mentre Memorial raccoglie un’enorme quantità di testimonianze e documenti di sopravvissuti e discendenti delle vittime delle “purghe” e dei gulag. Sono pubblicati anche gli allegati segreti del patto Molotov – Ribbentrop, di cui l’URSS aveva sempre negato l’esistenza, e Gorbačëv si scusa con il popolo polacco per il massacro di Katyn.

Grazie all’apertura, nel 1991 di molti (ma non tutti!) archivi statali, tra la fine degli anni ‘90 e i primi del 2000 appaiono poi fondamentali volumi che documentano quanto accadde nell’URSS staliniana tra gli anni ‘20 e i primi ‘50, fino alla repressione del dissenso dagli anni ‘60 agli ‘80.

Dalla fine degli anni ‘90, però, la gravissima crisi sociale dovuta alle fallimentari politiche economiche di Boris El’cin provoca un drastico calo di attenzione del pubblico per la ricostruzione dei fatti nell’ex URSS. Complice la classe politica, si cerca allora di archiviare il passato bolscevico come un “incidente della storia”, opera di una manciata di fanatici criminali. Meglio quindi riallacciarsi alle presunte glorie del passato zarista, ai suoi eroi (in primis Pietro il Grande e Caterina II) e al mito della “Russia eterna”, inclusa la rinnovata alleanza con la chiesa ortodossa.

Da qui partirà Putin, arrivato al potere nel 1999, per costruire un immaginario storico ad hoc in cui al retaggio imperiale e ortodosso si aggiunge l’esaltazione della Grande Guerra Patriottica (cioè la II Guerra Mondiale, ma soltanto dal giugno 1941 al maggio 1945…) quale momento fondativo dell’identità nazionale. Un momento talmente importante da obliterare e giustificare l’operato di Stalin e soci, con la collettivizzazione forzata delle campagne (incluso l’Holodomor in Ucraina), l’universo concentrazionario dei gulag, le deportazioni di massa e le stragi durante le “purghe” degli anni ‘30, ecc. Stalin è perciò ricompreso nel pantheon degli eroi russi in quanto restauratore della potenza della Grande Russia e di uno Stato forte.

Promotore e autore in prima persona di questa operazione – decine i suoi discorsi e articoli di argomento storico, tra cui quello del 21 febbraio 2022 in cui negava l’identità nazionale ucraina – Putin si è dotato di una Commissione presidenziale sulla storia, con il compito di «raccogliere e analizzare le informazioni relative alla falsificazione dei fatti e degli eventi storici mirante a ledere il prestigio internazionale e gli interessi della Russia…assicurare il coordinamento tra i diversi organi governativi, allo scopo di lottare contro questi tentativi di falsificazione». Non solo, presieduta dal ministro della cultura Medinskij, nel 2012 è sorta la Società russa di storia militare, incaricata di «contrastare le iniziative che snaturino e screditino la storia militare della Russia».

Gli effetti dell’attivismo putiniano in campo storico si possono constatare nella martellante propaganda che accompagna fin dall’inizio l’invasione dell’Ucraina; non senza rammarico per le non poche persone che anche in Occidente, e soprattutto in Italia, si abbeverano a tali manipolazioni. Del resto il già citato ministro Medinskij è stato Honorary Fellow dell’Università Ca’ Foscari, titolo revocato soltanto il 26 ottobre 2022…

Nicolas Werth
Putin storico in capo
pp. 77 + XVI
Einaudi 2023, € 12

Dario Predonzan

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