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Riflessioni su Varie cose sulle sequoie e sul tempo

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Un’estate dai nonni in Norvegia fatta di fughe nei boschi in compagnia di altri due ragazzini, l’amicizia quasi vergognosa con un tremendo secchione, e quella esaltante con il bullo del paese, la scoperta dei Beatles: questo è “Varie cose sulle sequoie e sul tempo”, l’ultimo libro dell’islandese Jón Kalman Stefánsson.

Questo, e quel senso continuo di incredibile e implacabile scorrere del tempo, così fugace, così incontrollabile, così nostalgicamente bello. E per rendere tutto ancora più irreale, la storia si svolge in uno scenario per noi quasi incomprensibile: le distese erbose, le coste alte e rocciose e i boschi fitti della Scandinavia, testimone di uno sprazzo di vita dei nostri personaggi.

È un libro autobiografico, anche se non si sa fino a che punto, e parla di un tempo lontanissimo e felice: “In questi anni mi sono reso conto che nessuno ha la fortuna di rimanere bambino per tutta la vita. Si invecchia, si smette di essere bambini, si diventa troppo alti, troppo seri. A volte mi viene il sospetto che gli adulti siano bambini morti.” (p.31) Bambini morti: parla di una di quelle estati infinite che abbiamo vissuto tutti, mille anni fa, ma che si sono trasformate in Atlantide appena diventati adulti: una sorta di mito, di leggenda.

È un libro divertente, anche se a tratti molto triste; irresistibile, sulla scia del film “Stand by me. Ricordo di un’estate”, e i personaggi ricordano un po’ Huck Finn e un po’ la piccola Scout di “Il buio dietro la siepe”, un po’ i “perdenti” di “It” e un po’ i “Goonies”: sciocchi, intensi, coraggiosi, irresponsabili, appassionati, simpaticissimi. Nelle loro riflessioni sono capaci sì di far sorridere, ma anche di commuovere profondamente, passando da brani come “Ma la cosa peggiore di tutte è diventare adulti. È peggio di tutto il resto, peggio di dover mettere in ordine in camera, smetti di giocare e ti è proibito fare qualsiasi cosa.

Eirik: Sì, tutto proibito.

Io: Io non voglio mai diventare adulto.

Bjӧrn: Nemmeno io.

Eirik: Nemmeno io.

Quindi è deciso anche questo. Non torneremo mai indietro, rimarremo qui per l’eternità, nel bosco, sarà la nostra dimora. Il bosco è talmente vasto e fitto che il tempo non ci troverà mai. (p.106)”, a pezzi malinconici come “è giorno, estate. Io, il nonno, la nonna, la sorella, il fratello del nonno e sua moglie, siamo seduti attorno a un tavolo in giardino. C’è un sorriso, c’è una mano che si alza. Aroma di caffè, aroma di pane, aroma di vita. E adesso sono tutti morti, tranne io e mia sorella. Non capisco come sia successo, non capisco perché. Qualcuno me lo sa spiegare?” (p.118)

Ci sono capitoli che, appunto, ci fanno pensare e addirittura scendere una lacrimuccia, e altri invece davvero spassosi, come quelli che raccontano della vendita degli indumenti intimi della sorellastra maggiore: un gesto fatto senza alcuna malizia, senza nemmeno comprenderne il senso, ma proprio per questo irrefrenabilmente ilare. Altri ancora sono esaltanti perché sembrano scritti a tempo di musica e leggendoli sembra di sentire le note di Yesterday e di Hey Jude. La musica torna continuamente nei libri di Stefánsson, è uno dei suoi temi ricorrenti, come lo scorrere del tempo, la giovinezza e Dio, di cui si parla molto in queste pagine: un dio che i ragazzini vedono come entità potente e crudele, però dispensatore sia di punizioni che di premi gioiosi, “sinonimo della paura più profonda e della speranza più luminosa.” (p.119). Durante la presentazione del volume alla libreria Lovat di Trieste, Stefánsson ci ha svelato che, se Dio esiste veramente, è di certo uno di quei tipi che abbracciano gli alberi, e a volte nel romanzo si respira l’aria di un dio simile, compassionevole e grandissimo, amorevole e misericordioso.

Si potrebbe stare a ripetere citazioni per ore, perché in queste pagine ci sono mille momenti da ricordare, ma la cosa migliore da fare è mettersi a leggerlo: consigliatissimo!

 

Jón Kalman Stefánsson, Varie cose sulle sequoie e sul tempo, Iperborea, 2025, pp. 292, € 19,50

Anna Calonico

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