Cosa succede quando un giovane pubblicitario di Montréal decide di rinunciare alla carriera per diventare pastore nelle montagne della Provenza? Fino alle montagne, l’ultimo film della canadese Sophie Deraspe, ci trasporta in un racconto che ha la dolcezza della favola e le scomodità di un capanno agricolo. Una storia che inizia come l’ennesimo sogno romantico di fuga dalla modernità, ma che finisce per metterci faccia a faccia con il limite umano.
Tratto dal romanzo autobiografico D’où viens-tu, berger? di Mathyas Lefebure, la pellicola segue il giovane e urbanizzatissimo Mathyas, animato dall’urgenza tanto bizzarra quanto atavica di liberarsi dai legami e dagli obblighi sociali per vivere secondo una sua idea più autentica della vita.
L’inizio del film appare quasi scontato: il giovane sognatore impacciato, i documenti non in regola, l’ufficio di collocamento con la dolce addetta allo portello, le sdentate risatacce di chi lavora nei campi da sempre. Ma Sophie Deraspe ribalta le attese e spinge lo spettatore oltre lo scontato idillio: la natura, bellissima, potente, dura, indifferente, non è il rifugio ideale per le crisi di senso di un cittadino che ama la filosofia.
Rifiutato dalla prima azienda agricola (dove servono braccia esperte “e non bocche da sfamare”, spiega il fattore), Mathyas, privo di documenti, trova un impiego precario da un burbero e pazzoide proprietario agricolo, che lo affida al suo esperto pastoremarocchino, inizialmente lieto di avere compagnia ma poiimprovvisamente bislacco e rancoroso. Mathias, che qui impara i primi rudimenti della pastorizia, fugge quando la durezza del lavoro diventa grottesca follia.

È solo al terzo ingaggio che il film gira la chiave: Mathyas accetta di accompagnare un gregge di 800 pecore in alta quota per la leggendaria transumanza estiva. Con lui parte Élise, la funzionaria dell’ufficio di collocamento con la quale era nata una romantica corrispondenza: inizia un viaggio epico tra sentieri dimenticati, paesini remoti, paesaggi sconfinati che profumano di eternità.
Il film diventa cammino, amore, scoperta, immersione nei ritmi faticosi del pascolo. Dall’alba al tramonto, sotto il sole o tra i tuoni, i due neo-pastori imparano a far parte dell’ecosistema. Le vesciche ai piedi e la pioggia battente sono parte della scommessa quasi vinta, finché un branco di lupi – elemento endogeno, naturale e integrante del paesaggio alpino – fa strage di pecore,stronca brutalmente l’estate, cagiona il licenziamento dei due pastorelli innamorati e spezza il sogno della transumanza. O così sembra.
Perché è proprio nella perdita dell’ingaggio e nel fallimento del piano che Mathyas ed Élise trovano il loro posto. Pur privati del lavoro, restano in montagna. Non è una scelta eroica,semplicemente non è più possibile tornare indietro: la coppia non è più ospite della natura, ma parte di essa. Disperati, testardi, ingenui, i due sono liberi – e liberati. Mathias ed Elise sono diventati altro, e noi con loro.

“Fino alle montagne” è un film che, evitando la mitizzazione della natura, lancia un messaggio ambientalista che sa di presa di coscienza terrena. Il film non ci invita a venerare la natura, né tantomeno a domarla secondo i nostri bisogni. Il suo messaggio ecologista è sottile e radicale: accettare l’indole amorale, ciclica, ineluttabile della natura.
I 113 minuti di film si rivelano, in questo senso, necessari per imporci lo stesso lento rinnovamento che vivono i protagonisti. Fino alle montagne, attualmente al dodicesimo posto del box office con oltre 16.000 presenze, ci invita a rispondere con cognizione di causa a una domanda: siamo disposti a rinunciare alle comodità per tornare alla nostra perduta appartenenza profonda? La risposta, è tra le righe: la natura non ha bisogno di noi. Noi, invece, abbiamo bisogno di ricordarci che ne facciamo parte.
Irene Tartaglia