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Dall’archivio di Konrad: La scrittura come salvezza, Intervista a Pino Roveredo

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Intervista a Pino Roveredo

Quando è stata la prima volta che hai iniziato a scrivere?

lo ho sempre scritto. La scrittura per me è stata la salvezza ma alche un piacere e un bisogno, ho scritto in manicomio e in carcere, dove si ricordano ancora di Pino letterato che scriveva lettere in cambio di sigarette. Ho scritto per trent’anni come tutti quelli che scrivono per non scrivere un libro. Dico sempre che ho avuto questo grande dono, che per vent’anni ho trattato come una sfiga, cioè il fatto di aver imparato prima il linguaggio dei gesti. Ancora adesso scrivo a mano.

Avresti mai pensato di diventare uno scrittore affermato?

Non ho mai sognato di diventare uno scrittore, lo dico con tutto il rispetto, il mio sogno era di fare il cantante.

Come ti sei sentito nel vedere la tua storia rappresentata a teatro?

Personalmente mi sarei dato una sberla ripercorrendo la fatica e soprattutto l’ottusità di chi continua a non smettere. Emozionalmente, invece, ho incontrato i miei genitori ed è stato un colpo bestiale, lo dico anche in senso buono. Ad un certo momento è sparito il teatro e ho rivisto mio padre, perché l’attore che lo rappresenta gli assomiglia anche fisicamente. Ho rivisto mia madre, la prostituta, l’amico tentatore. Davanti a me e passata la mia vita ed e stata una cosa molto forte.

Hai scritto la riduzione teatrale del tuo libro in collaborazione con il regista, Macedonio, oppure avete lavorato separatamente?

Macedonio è intervenuto dopo, anche se ho scritto questo testo teatrale pensando a lui, vista la precedente collaborazione per Ballando con Cecilia, e la sua capacità di magia scenica che pochi hanno. In realtà è un libero adattamento dal libro e non segue tutta la storia, tanto che inizialmente doveva chiamarsi Cappotti di vetro. lo l’avevo scritto quattro anni fa e non l’avevo più preso in mano. Rileggendolo ora, anche se può sembrare un po’ presuntuoso, mi son fatto un applauso da solo.

Ti è piaciuta la messa in scena onirica e grottesca scelta da Macedonio?

Assolutamente. Con Cesco bisogna essere preparati quando iniziano le prove niente è a posto e tutto ti scontenta, ma poi alla fine tutto torna a posto e diventa straordinario.

Alla prima c’erano anche tua moglie e i figli. Quali reazioni hanno avuto?

È stata una reazione diversa da quella del pubblico in sala, che mi sembrava entusiasta. Loro, inizialmente, son stati molto rigidi e poi ne hanno parlato a casa, quasi fosse un fatto privato, anche se assolutamente pubblico.

Ti risulta più difficile scrivere un testo teatrale o uno narrativo?

lo, se potessi, scriverei solo per il teatro, proprio perché, come mi entra nel piacere dell’ascolto non la porto poi su carta. È una comunicazione continua, perciò faccio teatro anche quando frequento la narrativa.

Nell’ultimo romanzo in uscita, Attenti alle rose, racconti di una donna che lascia un uomo. Come mai hai scelto questa tematica?

Avevo voglia di scrivere una cosa un po’ più leggera rispetto al romanzo precedente, Caracreatura, che era molto forte. Volevo quasi dimostrare di saper scrivere anche cose più leggere. E poi avevo bisogno di raccontare la solitudine dell’uomo, ma soprattutto l’assurdità di questa presunta proprietà dell’uomo, la moglie. Una proprietà che poi va a discapito dell’affetto. C’è quindi in Attenti alle rose una vena popolare e ironica, però c’è anche il tema dell’amore che è molto importante

È vero che dovrebbe uscire tra breve anche un film su Capriole in salita?

È vero. Ormai la sceneggiatura, a cui ho collaborato, è fatta e a dirigerlo c’è Paolo Marino, un allievo di Monicelli. L’attore protagonista non è stato ancora scelto, ma se potessi decidere io, vorrei Luigi Lo Cascio.

Stefano Crisafulli

Tratto da Konrad n. 146 di maggio 2009

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