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SETTANTACINQUE ANNI FA LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI
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SETTANTACINQUE ANNI FA LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

«Parlarne oggi con quello che sta accadendo in Medio Oriente, che ha oscurato quello che sta accadendo in Ucraina, che aveva oscurato quanto sta accadendo in Afghanistan e altrove può sembrare un esercizio disperato». Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, invitato dal Liceo Petrarca di Trieste assieme a Fabiana Martini di Art. 21, per ricordare l’anniversario della Dichiarazione (10 dicembre 1948), non nasconde lo sconforto che può diffondersi per le gravi violazioni dei diritti umani in tante parti del mondo.

L’ Afghanistan è l’unico paese al mondo che proibisce alle ragazze e alle donne di frequentare la scuola o l’università. Il ruolo loro riservato è di rimanere chiuse in casa, diventare le mogli di un marito magari poligamo, subirne le violenze, badare alla casa, accudire i figli.

In Iran la sedicenne Armita Garavand, in un caso che ricorda quello di Masha Amini la giovane curda morta lo scorso anno dopo essere stata arrestata dalla polizia religiosa perché non indossava correttamente l’hijab (il velo islamico), è stata pochi giorni fa dichiarata morta. All’inizio di ottobre Armita era stata picchiata nella metropolitana di Tehran, perchè senza velo o messo male, era entrata in coma.

In Israele e a Gaza la sequenza di crimini di guerra è infinita, Hamas e altri gruppi armati palestinesi sono responsabili delle uccisioni di massa e sequestri di ostaggi. Sono crimini di guerra gli attacchi indiscriminati di Israele, l’aggressione contro obiettivi civili, gli ordini di evacuazione dati alla popolazione nel nord di Gaza, il blocco delle forniture di acqua e cibo.

E ancora nel 2022 l’aggressione della Russia all’Ucraina, nel 2020-22 gli scontri contro gruppi armati del Tigrai da parte di Etiopia ed Eritrea, crisi di guerra in Siria, Yemen, Africa Subsahariana.

«Uno dei problemi che abbiamo dalle nostre parti, e questa sì è un’ossessione, è una politica che ha un solo punto all’ordine del giorno in Europa in tema di emigrazione, non far partire, tutto ruota attorno a questo, non far partire». Si fanno scelte scellerate con paesi del Mediterraneo meridionale per bloccare le persone e poco importa se vengono imprigionate, violentate, torturate, «siamo disposti a fare qualsiasi cosa, a pagare per non far partire». E anche a Trieste, al confine con la Slovenia, su scala più ridotta, si assiste a questo attacco contro le persone migranti in fuga da guerre, da emergenze economiche.

Sempre da noi preoccupa l’attacco ai diritti delle donne, soprattutto ai diritti sessuali e riproduttivi e al diritto di protesta con i tentativi di tanti stati di reprimere, soffocare le proteste pacifiche.

Il quadro appare sconsolante ma se si considera la storia dei diritti umani dal 1948 il giudizio negativo va attenuato. «Da quella Dichiarazione sono nati i trattati internazionali, si è sviluppata una coscienza globale a favore dei diritti, sono cresciute nella società civile organizzazioni per i diritti umani, la tecnologia ha consentito di mobilitarci, far circolare appelli, informazioni, è cresciuta la solidarietà».

E le buone notizie dal punto di vista dei diritti umani sono di ogni giorno. In Afghanistan Matiullah Wesa, educatore e attivista per l’educazione femminile che girava il paese con un camioncino facendo scuola mobile, è stato pochi giorni fa rilasciato dopo aver trascorso quasi un anno in prigione. Amnesty aveva lanciato un appello per la sua liberazione.

Il 16 ottobre 2023, a seguito di un’azione urgente di Amnesty, è stato rilasciato in Somalia il giornalista Mohamed Ibrahim Osman Bulbul, arrestato il 17 agosto per aver denunciato l’appropriamento indebito di fondi dell’Unione europea.

In Giappone nel 1968 Hakamada Iwao, dopo una confessione forzata, fu condannato a morte per l’accusa di aver ucciso quattro persone. La campagna per la sua liberazione iniziò cinquantacinque anni fa e non si è mai fermata. Uscito provvisoriamente dal carcere nel 2014 Hakamada Iwao esibì un cartello “Grazie Amnesty”. Il cartello fece il giro del mondo. L’Alta Corte di Tokyo ha dichiarato, con una decisione tra le più rare della storia della pena di morte in Giappone, che ha diritto a un nuovo processo; a quasi novanta anni si spera venga finalmente assolto.

E poi Patrick Zaki liberato dopo tre anni e mezzo di persecuzione giudiziaria e le decine di migliaia di “minimi risultati” ottenuti da Amnesty in sessanta anni di campagne. Pensando a loro, pensando a queste luci, nonostante le tante violazioni dei diritti umani, possiamo affermare che l’umanità ha fatto passi avanti.

Giuliano Prandini

In copertina: Da sinistra: Fabiana Martini di Art. 21, Riccardo Noury portavoce di Amnesty International Italia, Cesira Militello dirigente scolastica del Lic. Petrarca di Trieste.

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