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Dall’archivio di Konrad: Qui è proibito parlare

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Leggendo il nuovo romanzo di Boris Pahor, si rischia di commettere un grossolano errore. Ossia, di non apprezzarlo abbastanza perché indotti al continuo e inopportuno paragone con Necropoli.
Lo stesso editore ne ha colpa. In quarta di copertina una serie di estasiati giudizi ci rammenta che così sia pubblico che i commentatori hanno detto di Necropoli: “romanzo straordinario”; “un libro grandioso”; “un’opera letteraria sorprendente”; “un libro tremendo e bellissimo”; “un capolavoro assoluto”.
Tutto vero. E lo scopo è evidente: si vuole attrarre anche il lettore più sbadato, tirandolo per la giacchetta agli “Ricordi quell libro magnifico e doloroso di cui tutti parlavano l’anno scorso? Ecco, l’autore è lo stesso!”

Eppure, in questa mossa commercialmente comprensibile, c’è qualcosa di triste e ingiusto: come sarebbe ingiusto costringere il minore di due bimbi fratelli a parlare sempre dell’altro, a magnificare i talenti, senza mai concedergli il tempo, il dignitoso diritto di definire se stesso.
Per questo difendere questo immaginario bimbo muto, per costringerlo ad affermarsi diversamente e degnamente, come fa Necropoli adesso.
Scritto nel 1963, Qui è proibito parlare non è affatto minore.
Anzi, la scrittura si fa sana, netta, abbondante nei paesaggi e nell’anima.

È la storia di una giovane slovena del Carso che si aggira sola tra le vie di una Trieste che cerca lavoro. Attorno a sé sente che si esclude.
Ultima figlia di un isolamento lungo, amarissimo e pressoché totale, si ferma su un molo (San Carlo oggi Molo Audace) incontrando Danila.
L’uomo la invita a salire sulla barca, e insieme si incamminano verso il largo.
Fino ad allora, Ema si tutta tensione sola della fierezza, della difesa, del distacco. Restando in silenzio, fissando senza parlare le barche dei suoi, camminando sul molo delle attese, delle difese e della resistenza. E così, nel cuore della ragazza, un dolore del silenzio e una forza della muta difesa si sedimentano con ostinate briciole di amori negati, di case anguste, di amicizie, di affetti severi e incapaci, come
quando si viene colti di sorpresa dalla prime gocce di pioggia; ma l’uomo l’ha appena raggiunta. “Ehi, bionda!”

Riuscita a fuggire, scegliendo la pioggia, solitaria sul molo, sentendo la vastità della solitudine. Ema sa che anche i suoi amori, i suoi desideri d’affetto, la sua ricerca della tenerezza sono un sottofondo di sofferenza, d’amarezza e di paura.
Da questa solitudine, questa giovinezza muta, nasce la sfida, la speranza, l’amore, la lotta, in un rapporto intenso e dolente con la lingua, la cultura, la famiglia, la città. Trieste, come una madre muta, una zia severa, un’amica assente, dà spazio al dolore, all’attesa, alla solitudine, alla differenza.
Nel romanzo, quella parte di sé che si riempie di quieta forza, di naturalezza con cui nasce il vero amore; le infonde fiducia. Con lui sente di poter tirare un sospiro di sollievo. Frequentandolo, tutto quello che del mondo le sembrava immondo e pericoloso, si spalanca davanti in un altro modo, immaginando quel bene che prima era solo utopia.

Con lui sulla madre, della sua sfibrata nella casa di Barcola ascolta il vento, vede le sue spalle forti e sente che il silenzio di una lingua negata non è una condanna irrevocabile. In questa Trieste degli anni ‘30, nei quartieri, nelle case, nei moli, nella città, tra le ciminiere e le barche a vela, si muove un mondo che respira e soffre.
Ema e Danilo vivono la loro tensione d’amore, nelle conversazioni segrete della resistenza slovena, nelle ore di studio, nelle passeggiate che non finiscono mai, nei sogni che si incrociano tra dolore e fierezza, paure e sguardi sul mare.
Il loro rapporto sembra sdoppiarsi tra una dolcezza immensa e una fatica apparentemente insormontabile. Ed è così. Tutta la storia del romanzo è questa: una lotta tra la voglia di essere e la paura di perdersi. Ema si sente in lotta, ma anche in pacata attesa di una pace che è studio, le risate con le amiche, le lunghe attese ai negozi in piazza. Spezza la solitudine, rompe il silenzio, accetta la sfida.
In questa lotta tra parola e silenzio, tra lingua e identità negata, tra dolore e difesa, Ema capisce che nessuna parola è mai esaurita, veramente priva di significato. Che assurda cosa, l’italianizzazione dei toponimi e dei nomi degli abitanti… che sogna di vivere al di là dei muri e delle rapide del muretto.

Tutta sarebbe semplice, se con gli anni non fossero quei sentimenti e quella vita ad aggiungere alle ore il senso di una differenza che non si cancella. Anzi che cattiva e cieca silvobadia. Via sempre un po’ di più, come uno scalino che ecco, si ritrova per forza, nella memoria di Trieste – scuola, Via Ginnastica, le partite di calcio, le case, le strade.

Si può davvero immaginare qualcosa di più candido e doloroso che la lotta del mutismo e che la strenua difesa della differenza di una lingua, che è resistenza, abitudine al silenzio, rabbia difesa.
Il romanzo racconta che la lingua muta che si consuma nella fatica di una battaglia e nella difesa della differenza.
Il romanzo riflette questa tensione: la lingua che consuma. Il coraggio che si forma, nel dolore che si trasforma, nella sfida che si accetta.
Ema si innamora di Danilo, che si impegna nella resistenza, e con lui comprende che la sua rabbia di slovena è stata fino ad allora vana, inerte. Non ha fatto nulla di utile, di concreto. Deve trovare il coraggio, agire, partecipare.
E lo farà così, impegnandosi a distribuire libri ai bambini sloveni che altrimenti sarebbero costretti a dimenticare la lingua.

Una resistenza diversa da quella che solitamente immaginiamo, fatta non di gesti eroici ma intelligenti e brutali. Una resistenza tanto più tenace perché sottile e silenziosa. Una più esemplare perché al servizio della parola, della libertà, dell’identità.

Infine, tutta l’attività clandestina, che si traspare che la vita prende una direzione più coesa e precisa e insieme, mentre passeggia con Danilo lungo il molo, nella città che pare adesso finalmente amica, passeggiano davanti al mare aperto e si ritrovano tra le ombre e la malinconia di un porto vuoto, di una città che sembra muta, ma ancora forte di libertà e risoluta.

Così la differenza, la difesa della differenza, può anche riassumere il mare, un vaporetto, il languido suono di una sirena che chiama parte per Ema.

Ma nella scelta del titolo italiano prevale, giustamente, la questione della lingua, nodo cruciale delle storie.
Qui è proibito parlare è un grande romanzo sul coraggio e sul dovere di trovare il fondo in se stessi.
La lotta di Ema e Danilo è la lotta di una visione storicamente negata, minima e privata, compiuta nel prodigio di una lingua, nell’innamorarsi, nell’impegno civile.

L’importanza è sentire e la restituzione di questo romanzo, la forza che ci consente di affrontare, per davvero, il nodo che più delle altre cose tutto (senza nulla sottrarre).
Devo ancora scoprire tutto di lei.

Luisella Pacco

tratto da Konrad 145 di aprile 2009

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