Ogni tanto la storia e l’archeologia riservano delle sorprese: una città sepolta qua, una stele indecifrabile là… Ma per fare scoperte interessanti a volte non occorre andare lontano, basta guardare meglio ciò che si ha già. Non tutti sanno ad esempio che al Museo Egizio di Torino c’è una teca contenente dei legni ricurvi. Si tratta di bastoni da lancio, alcuni dei quali pare siano del tipo che torna indietro. In una parola sola: dei boomerang, proprio come quelli australiani.
La verità è che a volte in culture anche lontanissime nello spazio e nel tempo emergono costumi, mitologie, forme d’arte e manufatti simili senza che vi siano contatti tra le varie popolazioni.
Prendiamo ad esempio la croce, un simbolo che esiste da molto prima che fosse utilizzato dai cristiani. Nel mondo egizio troviamo la famosa croce con il cappio, l’“ankh” (parola che significa “vita”); la croce dei Celti, rappresentata con un cerchio al centro, risale a tempi immemorabili. La croce è praticamente onnipresente, ma questo magari non sorprenderà più di tanto, poiché è un segno talmente semplice, basta incrociare due linee o disporre due bastoni a forma di croce (provare per credere) che non ci vuole molto per inventarla. L’hanno fra gli altri inventata anche il ragno crociato (Araneus diadematus) e la chiastolite, un minerale che tagliato mostra delle inclusioni a forma di croce.
Però l’idea di una divinità crocifissa non è affatto scontata, e la maggior parte di noi ritiene che sia caratteristica ed esclusiva del cristianesimo.
Invece se ci spostiamo nel Nuovo Mondo, un po’ di secoli fa, troviamo qualcuno che ha avuto la nostra stessa idea.
La divinità più famosa della Mesoamerica è certamente Quetzalcoati, nome che in lingua azteca significa “serpente piumato” e anche “gemello prezioso”. Gemello del dio-cane Xolosi, Quetzalcoati é collegato alla “stella del mattino”, ovvero il pianeta Venere, mentre Xoloti è collegato con la “stella della sera”, ovvero sempre Venere ma nel suo aspetto notturno. I due fratelli nacquero da una vergine. Secondo un mito, prima dell’avvento dell’umanita si avvicendarono varie razze nel mondo; nell’era del Quinto Sole la Terra era disabitata. Quetzalcoati e Xolod discesero a Mictlan, la terra dei morti, sfidando le ire del signore degli inferi. Quetzalcoati riusci a prendere le ossa dei morti, ma queste gli caddero e si spezzarono. Portò i frammenti a Cihuacoati (“donna serpente”), che li ridusse in farina. Quetzalcoati mescolò la farina con il suo stesso sangue, dando vita all impasto.
Con questo impasto Quetzalcoati e Xoloti plasmarono gli attuali esseri umani.
Nascita da una vergine, discesa agli inferi, sacrificio del proprio sangue per salvare l’umanita. Come non bastasse, uno dei simboli di Quetzalcoati era proprio la croce. Il parallelismo con la tradizione cristiana è notevole.
Un documento interessantissimo é il cosiddetto “Codice Borgia”, un manoscritto illustrato risalente probabilmente alla fine del XV secolo, ma che si allaccia a miti e tradizioni ben più antiche. A pagina 42 dello stesso codice (consultabie su: www.famsi.org/research/graz/borgia/thumbs_0.html) si trova appunto Quetzalcoati, con polsi e caviglie legati o inchiodati sopra.
Anche il suo gemello Xolod era spesso raffigurato nell’atto di portare la croce. Xolod (“l’animale” o anche “cane”), dio dei tuoni, dei lampi e dei fulmini, avrebbe portato il fuoco agli uomini. Proteggeva, e speriamo che protegga ancora, il sole nel suo viaggio notturno nel mondo sotterraneo.
L’ultima divinità che prendiamo in esame é Yacatecuhtli (“chi va prima”), una divinità solare, dio del commercio e dei mercanti, con funzioni simili a quelle del dio greco Hermes.
Se volete sobbalzare, guardatevi un po’ i codice Fejérváry-Mayer (consul-tabile su: www.famsi.org/research/graz/fejervary_mayerthumbs_0.html).
Si tratta di un documento di origine azteca o mixteca risalente al XV-XVI secolo in cui è raffigurato il calendario sacro di 260 giorni (105 giorni di ferie?). A pagina 30 di questo codice si può vedere un uomo con la barba, Yacatecuhtli, recare sulle spalle una croce rossa e bianca, con un impronta di piede ad ogni vertice. Questo tipo mi ricorda qualcuno.
Anche i conquistadores spagnoli e i religiosi al loro seguito devono provato un certo sconcerto nel vedere tutte quelle croci. Alcuni religiosi si arrischiarono a segnalare ai superiori in Europa che il popolo che andavano a conquistare e a evangelizzare non era cosi selvaggio come si diceva. E come metterla con tutte quelle croci e quei miti che si sovrapponevano cosi bene a quelli cristiani? Qualche illuminato si azzardo perfino a dire che quei popoli dovevano aver avuto una loro “‘rivelazione”.
Un affermazione che all’epoca poteva costare la scomunica e il rogo. Naturalmente quelle voci furono messe presto a tacere. Milioni di manufatti, documenti ed oggetti pagani furono distrutti. E, come si è sempre fatto in queste circostanze, ai pochi nativi sopravvissuti è stata vietata la loro lingua e la loro religione.
Quello che ci resta sono una manciata di codici disegnati e le testimonianze di quei pochi che all’epoca si erano resi conto della grandezza dei popoli indigeni.
Una figura notevole tra le altre è quella di un tale Blas Valera, un meticcio figlio di uno dei primi conquistadores e di una donna inca, che si converti al cristianesimo ed entrò tra le fila dei gesuiti, e proprio come meticcio si adoperò sempre a far convivere pacificamente le due civiltà incontratesi.
Blas Valera avrebbe scritto alcuni libri sulla storia, sulla cività e sulla lingua del suo popolo. Proprio un suo manoscitto con un quipu allegato (i quipu sono dei fasci di cordicelle annodate, ublizzati come supporto mnemonico) é stato una trentina di anni fa al centro di un incredibile e controversa scoperta da parte di una studiosa italiana. Ma di questo parleremo un’altra volta…
Francesco Gizdic
Tratto da Konrad n.178 di luglio/agosto 2012
