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La comunicazione giornalistica dei Femminicidi e del femminicidio - 2a parte
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La comunicazione giornalistica dei Femminicidi – Prima parte

Un paio di settimane fa ho letto un post sui social in cui si parlava dei femminicidi in Italia: con estremo sconforto ho letto che già nel 2024 eravamo arrivati a una media di uno ogni due giorni.
Il dato è terrificante e non si può più discutere dietro l’oggettività di un problema concreto culturale: bisognerebbe trovare un modo per educare la popolazione a sradicare i meccanismi patriarcali che li provoca. Nonostante mi piacerebbe trovare soluzioni concrete al problema, in questo articolo mi vorrei soffermare sulla retorica che circonda la comunicazione giornalistica del femminicidio, pure questa un lascito patriarcale.

Se è orrendo il fatto di per sé, la comunicazione delle testate italiane che segue questi fatti di cronaca non aiuta quella educazione culturale che si dovrebbe fare. Ma anzi, a volte sedimenta il problema nella percezione comune come l’eccezione, non la regola.
I giornali si concentrano molto sul carnefice più che sulla vittima nella narrazione corale post femminicidio: la vittima è spesso un nome femminile senza cognome, mentre lui è la bestia, l’uomo geloso che è stato lasciato o ferito o tradito, che ha avuto un raptus, oppure era ossessionato, possessivo. Un bravo ragazzo fino a quel momento, che “salutava tutti” e non ha mai fatto niente di male a nessuno.

Raccontato in questa maniera il femminicidio diventa rassicurante, il raptus è l’eccezione. L’evento non è quindi una consuetudine, non è un problema culturale, è qualcosa che orbita fuori dalla normalità.
Questi titoli sembrano urlare “non tutti gli uomini sono così”, con una oscena retorica del “bravo ragazzo” e una sorta di romanticizzazione della violenza. Non si parla molto della paura che la vittima può avere avuto di quest’uomo; non si parla nemmeno se e quante volte la vittima lo abbia denunciato come pericoloso, e se le denunce abbiano portato a qualcosa.

Non tutti gli uomini sono così, chiaro. Ma perché rendere un brutale omicidio già terribile di per sé qualcosa ancora di più svilente per la vittima? Perché non smettere questa narrazione per parlare del problema culturale?
L’eccezione tale non è. Nel 2023 ci sono stati 120 femminicidi. Due settimane fa La stampa ha detto che sono già stati 6 nel 2024.

Carlotta Vagnoli nel suo libro Poverine spiega chiaramente la questione: «il movente è la cultura patriarcale che ci ha insegnato a possedere le donne come oggetti». Spiega ancora Vagnoli che «le parole del lessico sentimentale» dovrebbero essere eliminate nel racconto giornalistico per avere una cronaca giornalista imparziale, che aiuti a eradicare il problema senza giustificazioni.

Rendersi conto che questi non sono casi eccezionali ma parte di una cultura che affonda le sue radici in quella patriarcale, dove la donna è una proprietà dell’uomo. E questo messaggio passa anche e ancora dal linguaggio. I titoli e gli articoli sembrano quasi additare la vittima, colpevole l’aver fomentato il suo stesso omicidio per non essere stata accondiscendente con il proprio persecutore.
Solo cambiando le premesse del linguaggio possiamo aiutare anche in minima parte a contribuire all’educazione culturale che sola può eradicare questo problema sociale.

Giorgia Chiaro

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