Il primo dei nostri approfondimenti inerenti il convegno dello scorso 22 maggio organizzato dall’ associazione CLIC Trieste è un’intervista a Francesca Svanera che è una divulgatrice e scrittrice nel campo della prevenzione e dell’informazione sul tema degli abusi nell’infanzia.
Francesca è una survivor ovvero “una persona che ricomincia a vivere dopo un evento traumatico. Ha un significato diverso da sopravvissuto e se esistesse un termine italiano per definire la mia condizione, lo userei ma lo sto ancora cercando”.
Dai 4 ai 10 anni di età, Francesca ha subito abusi sessuali, assieme ad altri bambini e bambine, filmate e diffuse a fini di lucro all’interno di reti pedopornografiche. “Da adulta soffrivo di attacchi di ansia e panico che non sapevo spiegarmi. Come ho realizzato in seguito, avevo un disturbo di amnesia dissociativa, molto comune tra le vittime di violenza sessuale. Sottoponendomi ad una terapia Emdr – Eye Movement Desensitization and Reprocessing, un approccio terapeutico che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione (ad esempio tattili) per sbloccare memorie rimosse o congelate – ho cominciato lentamente e dolorosamente a ricordare”.
Affrontiamo subito l’elefante nella stanza: perché non si parla di violenza sessuale sui minori in Italia?
Perché è un problema culturale e strutturale della nostra società che è basata sulla famiglia ma se l’87% degli abusi sessuali avviene in famiglia, la narrazione del nucleo sacro, inviolabile ed intoccabile crolla inevitabilmente.
Con l’associazione Meti di cui faccio parte (https://www.assometi.org/home), abbiamo anche realizzato un podcast Non se ne parla (https://open.spotify.com/show/2GrFkySmaFpoHRlGZQoO9I) per affrontare direttamente il tema.
Nel libro Il corpo accusa il colpo di Bessel van der Kolk (Raffaello Cortina Editore, Milano 2015) ho trovato un paragone azzeccato tra le vittime di un abuso nell’infanzia e quelle di rapimento: le seconde hanno sperimentato una condizione di libertà prima del trauma mentre le prime non ne hanno mai avuto la possibilità. C’è reticenza a denunciare perché in cima alla piramide sociale ci sono i genitori, considerati sovrani nelle scelte che riguardano i propri figli; dal punto di vista giurisprudenziale, si tende a tenere unite le famiglie anche quando sono chiare le indicazioni di abuso avvenuto e sarebbe meglio allontare i minori.
Come si parla a livello mediatico dei sex offenders e come affrontare un percorso di recupero?
Se ne parla in modo sbagliato come di mostri, di orchi, con un linguaggio stereotipato che non aiuta a comprendere il fenomeno: se sono mostri, significa che sono casi isolati. Inoltre, si ricerca la notizia scandalistica, magari ricca di dettagli cruenti, dimenticando che i sex offenders sono persone comuni, trasversali ad ogni classe sociale, che quasi sempre non comprendono il male che hanno fatto alle loro vittime e che continueranno a fare in quanto la percentuale di recidive è di oltre il 70%.
A proporre un percorso concreto di recupero per i sex offenders è stato il dottor Paolo Giulini, criminologo clinico, con il suo Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (https://www.cipm.it/chi-siamo/) che opera sia nelle carceri che sul territorio nazionale. Esistono dei gruppi con varie declinazioni: sono formati da uomini che hanno usato violenza contro donne o bambini; negli anni, si è rivelato utile e rivelatorio il confronto con le vittime: spesso i sex offenders erano stati a loro volta abusati da piccoli e hanno potuto cominciare un percorso di guarigione personale (vedi P. Giulini, Buttare la chiave, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011).
La III indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, realizzata dal CISMAI, rivela che solo il 14% delle denunce proviene dalla Scuola e l’1% dai pediatri. Come fare per alzare il grado di consapevolezza?
Aumentando la formazione a tutti i livelli, anche e soprattutto post universitaria, in modo tale che insegnanti e pediatri possano riconoscere immediatiamente e con certezza i sintomi di PTSD-C (Disturbo da Stress Post-Traumatico Complesso) che si manifesta a seguito di traumi ripetuti o prolungati, in particolare in età infantile. Si deve arrivare ad un livello di sensibilizzazione pari a quello sulla violenza di genere e quella assistita dove, negli ultimi 20 anni, sono stati fatti passi avanti molto importanti.
Dove e come le vittime di abusi sessuali nell’infanzia possono trovare strumenti per ricominciare a vivere pienamente?
Purtroppo ritrovare un equilibrio dopo un trauma è un privilegio: non tutti possono permettersi i costi di una terapia prolungata nel tempo, non tutti gli psicologi hanno una preparazione adeguata per gestire il trauma e, in sostanza, non esistono soluzioni uguali per tutti.
Servono spazi sicuri dove condividere la propria esperienza, dove poter dire dei no ed entrare in contatto coi propri bisogni ed è quello che facciamo ogni giorno con Meti ma esistono anche altre associazioni che vanno cercate sul web, non sono pubblicizzate dal Servizio Sanitario Nazionale.
Il peso che portiamo noi survivors, la fatica di vivere che sperimentiamo è invisibile ma va affrontata perché meritiamo una vita migliore.
Ermanno Brunettin