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Uno sci-fi adatto all’estate 2026

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Ci sono libri da leggere con cautela, e che dovrebbero avere in copertina un bollino rosso, come si usava per i film in televisione. Uno di questi è Qualcosa là fuori di Bruno Arpaia.

Perché?

Presto detto: è ambientato nel 2082, in un futuro ormai prossimo, in un mondo reale – Italia prima, Europa poi – diverso però da come lo conosciamo: “evoluto”, trasformato, annientato. Se state pensando alla classica storia che si svolge in un mondo ormai allo sfacelo in cui i pochi sopravissuti devono lottare per continuare a vivere posso dirvi che sì, in parte è così, ma dategli una possibilità e leggetelo, perché si tratta di un distopico ambientale così veritiero e angosciante da far venire i brividi. E qui il bollino rosso.

In un’estate di caldo torrido, incendi, siccità e alluvioni come quella appena passata è inevitabile empatizzare con i personaggi che grondano sudore per temperature oltre i 40 gradi, è ovvio provare sgomento leggendo di intere colline in fiamme (chi mai ha già dimenticato le fiamme infernali sull’Amariana?), restare allibiti quando invece si legge di intere città spazzate via dalla furia di un’alluvione (qualcuno ha forse dimenticato il Nepal?).

Ma la trovata più tragicamente geniale di Arpaia è stata quella di mettere come protagonista un pensionato settantenne che nel 2082 vive le esperienze estreme di un mondo che non è più fatto per gli uomini, ma che non può non ricordare la sua infanzia con i prati, gli animali, le pioggerelle primaverili e il piacevole tepore del sole; la gioventù con i cortei per sensibilizzare verso i cambiamenti climatici e la maturità con le morti di moglie e figlio dovute appunto ai dissesti ambientali.

In poche parole: l’elemento migliore del libro sta nel far vedere quanto il collasso è stato rapido, quanto il mondo è cambiato in una sola vita umana.

Dai dintorni di Napoli il nostro pensionato ha intrapreso un lungo, pericolosissimo viaggio della speranza insieme ad alcune centinaia di uomini, donne e bambini che non possono più vivere nelle loro città: campi e prati non esistono più, sostituiti da vasti spazi riarsi e sterili che spesso si incendiano per le temperature roventi, le precipitazioni sono praticamente azzerate e il cibo è quasi introvabile. L’unica possibilità di sopravvivenza sembra essere il nord. Dico “sembra” perché naturalmente in situazioni così estreme la società è completamente sbaragliata e nulla più è sicuro: dalle notizie che circolano ai buoni rapporti di amicizia e fiducia. Le risorse energetiche e le potenze politiche non esistono più, come i fiumi e le foreste: l’unica legge è quella del più forte.

Quanto a nord, è un’altra incognita: probabilmente in Scandinavia, se davvero c’è ancora un corridoio umanitario, se tutto va bene, se si sopravvive… Livio Delmastro, il protaonista, si vede costretto a fidarsi di alcune persone armate che si offrono di guidare un gruppo di migranti ambientali attraverso il confine della Svizzera, naturalmente dietro lauto compenso. E come lui, rischiano anche Marta e la figlia Sara, Aziz, la sinora Vargas e il piccolo Miguel che rimane orfano durante il viaggio.

È un percorso orrendo, pieno di pericoli e di visioni terrificanti: uomini che si uccidono tra loro per un boccone o caduti a terra e lasciati soli a morire per non rallentare la marcia; file per urinare, in modo da non sprecare acqua, e file per pochi sorsi d’acqua contati per ognuno, ogni giorno; intere pianure – la valle del Po’ – coperte dall’acqua delle notevoli maree, sparite per sempre non solo Venezia ma anche Padova e paesi e città limitrofe, delle quali solo a volte rimane la punta del campanile che si erge.

I pericoli aumentano man mano che si avanza, e il gruppo si fa sempre più esiguo. Livio è sul punto di lasciarsi andare più volte, ma la responsabilità verso gli altri lo spinge a continuare: il legame umano e sincero tra un ristrettissimo gruppo di persone è l’unico filo di speranza e bellezza in quell’atmosfera perversa.

Ma cosa rende l’ecatombe climatica narrata da Arpaia più realistica di quelle di Ballard o de La Strada di McCarthy?

Il fatto che non si tratta meramente di fantasia: l’autore, più che la sua immaginazione, ha usato libri di scienza e si è basato su predizioni rigorose, quelle che oggi vengono chiamate catastrofiste.

Proprio in questi giorni ho letto di uno studio secondo cui già nel 2050 (siamo nel 2026!) alcune città del mondo, compresa la nostra Venezia, saranno abbandonate a causa delle continue inondazioni per l’innalzamento dei mari: lo avevo letto poco prima in Qualcosa là fuori. In un’avvertenza finale Arpaia spiega di aver quasi copiato intere pagine di bollettini scientifici, e solo a vedere gli eventi di quest’estate è naturale credere che non si tratti di sue invenzioni.

Sostiene di aver ripreso gli scenari spiegati nel libro Le guerre del clima di G. Dyer, nei rapporti dell’IPCC, e nei dati dell’Europea Environment Agency anche se “peccano per difetto”; di aver “saccheggiato”, oltre ai già citati, il libro di Caparrόs Non è un cambio di stagione e alcune pagine di Pérez-Reverte, W Bauer, Jorge Volpi, Pietro Greco e, soprattutto, del divulgatore scientifico Enrico Bellone, a cui ha anche rubato il titolo del romanzo.

Non è tutta farina del suo sacco, quindi, ma l’ha mescolata abbastanza bene da sfornare un’opera di piacevole lettura e allarmante, in modo da tenere alta l’attenzione su tutti quei pericoli ambientali che potrebbero essere più vicini di quanto si creda. Anche perché il libro non è fresco di stampa: compie ben 10 candeline! E non è finita: Arpaia ha scritto anche un seguito di questa storia, con i personaggi rimasti e nel nuovo scenario: Il mondo senza inverno, un titolo che già da solo fa paura, considerando che dovrebbe parlare della Scandinavia.

Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, 2016, pp 224

Anna Calonico

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