C’è un bambino. Mi pare di vederlo. Se ne sta fermo in un angolo scuro di casa, incantato da qualche vecchio ninnolo che esercita su di lui un fascino misterioso. Si chiama Howard, è straordinariamente intelligente, curioso, acuto, dotatissimo. Forse un po’ timido, ma e una timidezza che potrebbe risolversi se vivesse in un ambiente vivace e normale. Non è cosi.
Il padre, internato in manicomio quando Howard ha solo tre anni, non ha esercitato alcuna influenza su di lui. La madre, anche lei pazza, fa purtroppo in tempo ad esercitarla largamente. Morbosamente legata al figlio, le inventa tutte affinché non si allontani da lei. Non lo manda nemmeno a scuola, affidandolo irregolarmente a tutori privati. E quel che è peggio, lo persuade di essere brutto, così brutto che se uscisse di casa tutti si prenderebbero gioco di lui.
Senza compagni di gioco, senza amici, Howard si aggira nelle grandi stanze al numero 194 di Angel Street, a Providence, dimora del nonno materno, il signor Phillips. È una bella casa in stile coloniale, dalla soffitta ingombra di ricordi. Oggetti del passato che opprimono la mente del bimbo ma allo stesso tempo la accendono di vorticose e cupe fantasie. E anche, e soprattutto, una casa piena di libri sui quali il ragazzino, da autodidatta, costruirà la propria immensa cultura. Howard cresce solo, introverso, profondamente insicuro, e siccome le disgrazie non vengono mai da sole – nemmeno l’agiatezza gli rimane. I cattivi affari di uno zio lo gettano sul lastrico. Vivrà una esistenza modestissima, guadagnando lo stretto necessario correggendo manoscritti altrui. Nessuna vera gioia, mai. Quello che scrive trova pubblicazione solo su riviste.
Soltanto per un breve periodo (guarda caso successivo alla morte della madre) vivrà un’intensa attività. Viaggia, legge in pubblico i suoi racconti, conosce gente, si sposa (matrimonio tuttavia breve e sentimentalmente assai poco significativo). Ma le fobie, gli esaurimenti nervosi, la tendenza alla solitudine, lo attendono dietro l’angolo come avvoltoi.
Muore a quarantasette anni. Di lui restano un’opera sterminata che ha conosciuto un enorme successo postumo, influenzando generazioni di scrittori, e un epistolario vastissimo. Sono circa 118.000 (centodiciottomila!) le lettere scritte. É se pensiamo che le missive superano sempre le venti pagine ed alcune arrivano a settanta, ci rendiamo conto di quanto immenso sia il loro contributo.
Non basterebbero due, tre, delle nostre vite, anche dedicate interamente alla lettura delle sue opere e delle sue lettere private, per poter dire di possedere Howard Phillips Lovecraft interamente. Se poi si comincia a leggerlo a quarant’anni suonati, come è capitato a me, allora le probabilità di arrivare a conoscerlo bene diventano davvero esigue.
Ma è andata cosi.
Lo scorso Natale mi sono stati regalati dei libri. Alcuni molto vicini a me e alle mie “solite” letture, e uno del tutto estraneo alla mia formazione e alle mie abitudini. Quest’uno era Le montagne della follia, nella bella edizione tascabile Newton Compton, con breve ma deliziosa prefazione di Carlo Lucarelli.
Avevo ovviamente già sentito nominare Lovecraft, ma noni mi aveva mai incuriosita. Sapevo confusamente che era uno scrittore dell’immaginario, della fantascienza, dell’orrore. Insomma, uno scrittore o genere, e di un genere che – ne ero certa, con una presunzione di cui ora mi vergogno perché può derivare solo dall’ignoranza – non mi poteva prendere.
E invece, eccomi qui. Non il singolo romanzo (Le montagne della follia non è poi cosi avvincente, alcune lungaggini e ripetizioni sono persino irritanti) bensì “il mistero H.P” mi ha presa talmente che mi sono gettata a corpo morto nel “Mammut” della Newton Compton che raccoglie tutti i suoi romanzi e racconti.
Qualcuno dirà che, come lettrice di Lovecraft, sono fuori tempo massimo. Anime, forse è vero. Forse alcune cose nella vita vanno fatte nel momento giusto. Non ci si innamora per la prima volta a trent’anni, non si intraprende una carriera sportiva agonistica a quaranta, non ci si inventa una nuora professione a cinquanta e così via… Se il momento socialmente considerato giusto se n’è già scappato via, il risultato sarà bizzarro e frustrante, l’innamoramento melodrammatico, l’agonismo pericoloso per le arterie e la nuova professione fallimentare.
Eppure, quando la vita presenta queste sorprese – oltre all’inevitabile senso di straniamento, di ritardo, di intimo sfasamento rispetto al mondo là fuori – c’è anche il gusto particolare, proibito ed esaltante, di fare qualcosa nei tempi e nei modi clamorosamente sbagliati.
Ecco, è proprio il gusto che ho provato in questi giorni leggendo Lovecraft. Certo, i mostri terrificanti, gli abissi inesplorati, i gotici segreti dei sepolcri, i mondi antichi e misteriosi, la luna spettrale, l’ululato cupo del vento, il volo nero dei pipistrelli, sono cose da ragazzi per un’età innocente in cui spaventarsi è facile, e divertente.
Ma anche se succede da adulti – ammettiamolo – quale felicità, quale senso di liberazione, quale vacanza: sono ridivetanta bambina calandomi in un nuovo universo.
Universo… Dice proprio così, Carlo Lucarelli.
Ricordando le sue letture di ragazzo, e quelle di un suo compagno di scuola già lovecraftiano, Lucarelli racconta:
“Preferivo Sandokan, il romanticismo ribelle di Salgari, quella avventura esotica e positiva […]. Poi però è successo qualcosa […], è stato come passare dal rock sinfonico al punk […], all’improvviso mi è venuta la voglia di andare a conoscere la metà oscura de la luna, la sua parte più nera, quella che oltre a incuriosire, fa paura. E cosi mi è tornato in mente il mio strano amico di lettura e il suo Lovecraft. E ho scoperto un mondo. Di più, un intero universo. Perché se il mio Salgari creava mondi, Lovecraft crea universi. Anzi di più ancora: Lovecraft crea miti che creano universi, e in letteratura questa è la cosa che sta più vicina a Dio”.
Howard, nato il 20 marzo 1890, compirebbe in questi giorni centovent’anni. Buon compleanno da parte mia, bambino triste.
Luisella Pacco
tratto da Konrad n. 145 di Marzo 2010
