È in sala La vita va così, l’ultimo film di Riccardo Milani ispirato alla storia del pastore sardo che si oppose alla vendita del proprio terreno, destinato alla costruzione di un resort di lusso. Un racconto che, dietro la forma leggera della commedia, affronta con ironia e lucidità il tema della difesa del territorio di fronte alla pressione economica e alla distorsione del concetto di sostenibilità.
Il protagonista, Efisio Mulas – interpretato dal vero pastore Giuseppe Ignazio Loi, ottantaquattrenne di Terralba – incarna una forma antica di integrità morale. Di fronte alle offerte sempre più consistenti di un gruppo immobiliare milanese, Efisio oppone un rifiuto ostinato: la terra, per lui, non è merce, ma eredità e identità. Serio, ma buffo e commovente, lo spiega lui stesso “La terra era di mio padre, e del padre di mio padre, e prima del padre del padre di mio padre, e prima ancora del padre del padre del padre di mio padre”. A contrastarlo è un imprenditore arrogante (interpretato da Diego Abatantuono), simbolo di quel potere economico che da decenni consuma la Sardegna – e il mondo – sotto l’etichetta del turismo cosiddetto “verde”.
Milani mostra con chiarezza come il conflitto non sia solo tra ricchi e poveri, ma si insinui anche all’interno della stessa comunità, dove i poveri si fanno la guerra tra loro. Gli abitanti del paese di Efisio, attratti dalle promesse di lavoro, si schierano infatti contro il pastore, incapaci di vedere oltre l’effimeromiraggio del profitto.
Ed è qui che il film lascia trapelare la scomoda verità: lavorando per chi ci sfrutta, in realtà ci si impoverisce. Laddove si promette reddito, si sottrae autonomia. L’illusione del “posto fisso” agli isolani depressi è il subdolo meccanismo con cui si disinnesca ogni forma di opposizione, trasformando la dipendenza economica in cieco consenso.

La figlia del pastore, Francesca (una convincente Virginia Raffaele che per il film ha anche imparato a parlare il sardo),diventa il punto di equilibrio tra due mondi: la fedeltà alle radici e il desiderio di un futuro possibile, che in questa terra le pessime amministrazioni hanno sempre tradito. Parallelamente, il capo cantiere Mariano (Aldo Baglio) evolve da cattivissimo direttore degli infausti lavori che accerchiano col cemento la casa di Efisio in consapevole ribelle che, licenziandosi, si sottrae alla violenta logica dell’urbanizzazione selvaggia.
Il film alterna momenti comici a passaggi dolorosi. La sequenza in cui il cemento avanza sul terreno del pastore è di grande forza simbolica: la modernità che divora la bellezza. La non molto misteriosa sparizione dell’amato cagnetto di Efisio segna invece il duro passaggio dalla lusinga economica all’intimidazione morale, richiamando le violente dinamiche della cronaca reale.
A portare un senso di giustizia – seppur parziale, come scopriremo a fine film – è la figura della giudice interpretata da Geppi Cucciari, una presenza sobria e determinata che restituisce voce a una Sardegna altrimenti raccontata al resto degli italiani solo attraverso gli stereotipi del Billionaire e di Villa Certosa. La fotografia, luminosa e precisa, restituisce al paesaggio un ruolo daprotagonista: un mare che anche d’inverno riflette luci coralline, l’asciutta macchia mediterranea, la sabbia candida.
La vita va così è un film sulla resistenza dei coraggiosi, sulla dignità delle persone integre e sulla memoria dei luoghi. Accende il dubbio sulla retorica dell’eco-lusso e ricorda che la difesa dell’ambiente non è il gesto cocciuto di chi rimpiange il passato esi rifiuta di abbracciare l’innovazione, bensì un coraggioso atto politico di responsabilità collettiva.
“La spiaggia è libera perché è di tutti” – dice Efisio. Un monito, tanto semplice quanto necessario, in un tempo in cui sembra che tutto debba avere un prezzo e possa essere capitalizzato.
Ma anche un piccolo incoraggiamento: difendere la bellezza è resistenza.
Irene Tartaglia