Francesca nasce a Cagliari, dopo gli studi fa esperienze internazionali nel campo del design finché, per liberare la mente e favorire una nuova spinta creativa, decide di fare un reset. E pone le basi di una nuova storia che la conduce a Carloforte, sull’Isola di San Pietro, dove in poco tempo trasforma una vecchia pescheria in un laboratorio che ha una forte identità e che si abbina allo spirito del luogo, esattamente come si abbinano fra loro un cappello e il carattere di chi lo indossa. Fra molti sorrisi e racconti avvincenti, Francesca ci parla di Pepebianco, un atelier dove si può apprezzare il risultato di un lavoro lento in cui si intrecciano passato, presente e futuro.

Hai sempre voluto fare la cappellaia?
Se mi guardo indietro qualche segno di questa passione lo ritrovo, ma in tutta onestà la risposta sarebbe un no. Tutto nasce da un cambiamento radicale: per ritrovare la spinta creativa dopo anni passati a Londra lavorando nel mondo del design, sono partita per la Spagna e ho frequentato un corso per confezionare fiori decorativi. Sono oggetti che molto frequentemente si usano per dare carattere ai cappelli. E da qui l’incontro con questi accessori, la loro storia, la tradizione che li accompagna.


Parlaci della rotta Caglari-Londra-Campo di Grano…
L’arte di intrecciare gli steli del grano per confezionare cappelli ha una storia antica. Ho studiato, ho chiesto, ho imparato e ho viaggiato a bordo di un furgone con il quale ho sostato presso tappe fondamentali, come il Museo dell’Intreccio di Signa, per poi approdare al campo, qui a Carloforte, dove ho iniziato una sperimentazione sulle popolazioni di grano coltivate secondo un metodo alternativo a quello del settore alimentare, formalizzato nel 1870. I grani antichi crescono alti e la parte molto lunga che si trova fra il primo nodo e la spiga è quella che si usa per l’intreccio. Questo progetto di coltivazione è stato possibile grazie al contributo di quelli che chiamo i miei angeli: persone che hanno condiviso il loro sapere per consentirmi di concretizzare un’idea che, all’inizio di questa avventura, sembrava più che altro un sogno.
Cappelli secondo “uno stile di vita” dunque?
Proprio così, e non solo il mio. Ovviamente in atelier metto a disposizione delle proposte, ma lascio molto spazio alla personalizzazione da parte dei clienti, al loro gusto che significa scegliere dei dettagli, ma anche indossare l’accessorio con piacere. Accanto alla paglia di grano utilizzo anche altri materiali come il feltro per “sospendere il tempo” riattualizzando modelli del passato.
Si tratta di un lavoro lento. Come si sposa con Carloforte e i forestieri che popolano questi luoghi durante le vacanze?
Si, è un lavoro lento perché la realizzazione di ogni cappello segue un’onda che rispecchia il ritmo della vita: coltivo il grano e lo seguo dalla fase della semina, mentre cresce e resiste adattandosi alle avversità. Poi lo intreccio usando la pazienza, che ritengo sia una forma di saggezza: non sempre nella stessa quantità perché dipende dal momento, dalla giornata, da come mi sento. Ma tanto di questo lavoro dipende da chi il cappello lo ordina: qui il turismo è una scelta, ci devi arrivare a Carloforte. E questo si riflette sulla quantità e sulla qualità del tempo che i visitatori trascorrono qui, conservando il piacere dell’attesa e quello della scoperta intima.
Chiudiamo soddisfando una piccola curiosità: perché pepe bianco?
Dopo l’esperienza londinese avevo bisogno di un nome da affiancare alle mie generalità: qualcosa che mi aiutasse ad identificare lo spirito con cui mi piace fare le cose, più che l’attività di per sé. Avevo in mente una tela bianca su cui poter riversare nuove idee e progetti, ma anche la magia delle spezie che evocano la presenza di un tocco particolare, una energia allo stesso tempo forte ma capace di creare armonia nei piatti che amo cucinare. Pepebianco è l’abbinamento di questi due elementi.
Raffaella Delbello