Stiamo vivendo tempi cupi. Soprattutto perché leadership aggressive affermatesi in molti Paesi stanno progressivamente distruggendo quanto rimane del diritto internazionale e delle istituzioni sovranazionali. ONU in primis. Non che le Nazioni Unite godessero di perfetta salute: basti ricordare il genocidio in Ruanda ed il comportamento dei Caschi Blu a Srebrenica, come pure le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale mai rispettate in Medio Oriente dal 1947 in poi.
Purtuttavia la Carta della Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ed una serie di organismi creati in sede ONU, dalla FAO all’UNICEF, dall’UNESCO alla Corte Internazionale di Giustizia, fino all’IPCC, hanno senz’altro rappresentato e rappresentano tuttora punti di riferimento fondamentali per chi lotta per un mondo più giusto e pacifico e per rapporti equi tra gli Stati e tra gli individui.
C’è però, come detto, chi tutto ciò non lo tollera ed opera per distruggerlo.
Il delirio suprematista di Donald Trump ed il Board of Peace
Dopo reiterati attacchi all’ONU negli anni precedenti, la seconda amministrazione Trump è in prima fila – ma non certo da sola – nella demolizione dei fondamenti del diritto internazionale e di tutto ciò che le Nazioni Unite rappresentano.
Certo, anche altri Paesi (URSS/Russia, Israele, per citarne solo alcuni) hanno nei decenni dato un importante contributo in questo senso, tuttavia gli USA trumpiani si stanno distinguendo per protervia e brutalità. Per esempio nel cercare non solo di delegittimare, ma anche di ostacolare con sanzioni di ogni genere la Corte Internazionale di Giustizia (dalla quale gli USA si ritirarono nel 1986), “colpevole” di mettere sotto accusa sia gli Stati Uniti stessi, sia alleati come Israele.
Va anche ricordata la denuncia degli Accordi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici, sottoscritti nel 2015 (amministrazione Obama), da cui gli USA uscirono una prima volta nel 2017 (primo atto dell’amministrazione Trump 1) e poi (dopo che Biden li aveva nuovamente sottoscritti) di nuovo nel 2025.
Come se non bastasse, nel gennaio 2026 arriva la creazione del “Board of Peace”, un organismo privato (!) incentrato sulla persona di Donald Trump e chiaramente alternativo all’ONU. Per aderirvi, gli Stati – solo quelli invitati del Presidente USA – devono versare un miliardo di dollari ed accettarne lo statuto, che prevede un presidente a vita (lo stesso Trump, ovvio!) ed un Consiglio Esecutivo nominato sempre da The Donald, di cui fanno parte otto persone, tra cui i suoi più stretti collaboratori (Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner) e l’ex premier britannico Tony Blair.
Hanno aderito finora al BoP 27 Paesi, dall’Albania al Vietnam, mentre 21 (tra cui l’Italia) si sono dichiarati “osservatori”. Altri 7 Paesi, tra cui Cina e Russia, non hanno a tutt’oggi risposto all’invito, mentre 8 (tra i quali Francia, Germania, Spagna e Ucraina) hanno rifiutato di parteciparvi.
Non si registrano, per ora, iniziative rilevanti del BoP in merito alle principali criticità della scena internazionale, fatta eccezione per alcune dichiarazioni (da parte dei soli USA) sul futuro della striscia di Gaza, risoltesi nella divulgazione di alcuni rendering – roba da immobiliaristi, come del resto sono sia Witkoff e Kushner, sia lo stesso Trump… – su una futuribile “Gaza Beach”. Tanto meno il BoP ha avuto ruolo alcuno nello scatenamento dell’attacco di USA e Israele contro l’Iran, gestito come “affare privato” dei due governi, all’insaputa di tutti, alleati compresi.
Multilateralismo contro i cambiamenti climatici
Se il Board of Peace trumpiano è quindi la manifestazione più eclatante della volontà di scardinare – in nome del suprematismo USA e dell’ego smisurato del loro presidente – il sistema delle relazioni internazionali basato sul multilateralismo, e sulla parità di diritti (e doveri) tra tutti gli Stati, per fortuna resistono alcuni ambiti in cui il multilateralismo funziona e produce anche risultati importanti.
Lo dimostra quanto successo il 20 maggio di quest’anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove 141 Paesi – tra i quali quasi tutti quelli della UE e la Cina – hanno votato una risoluzione che accoglie il parere della Corte Internazionale di Giustizia, secondo cui proteggere il clima (e quindi diminuire le emissioni di gas serra, decarbonizzando l’economia, come raccomanda da decenni l’IPCC) è un obbligo giuridico previsto dal diritto internazionale. Altri 23 Paesi si sono astenuti e soltanto 8 hanno votato contro. Merita elencare gli 8: Arabia Saudita, Bielorussia, Iran, Israele, Liberia, Russia, Stati Uniti e Yemen. Anche acerrimi nemici concordano, quindi, quando si tratta di difendere le rendite petrolifere e di gas a spese dell’ambiente e del clima.
Come andrà a finire?
Di fronte all’arroganza trumpiana non sono pochi ad auspicare un “nuovo ordine mondiale” incentrato sull’alleanza – più teorica che concreta, in verità – dei cosiddetti BRICS (acronimo creato dalle sigle dei Paesi fondatori: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).
I quali BRICS, nel frattempo lievitati a 10 Paesi membri, da un lato includono per lo più regimi autoritari e addirittura teocratici (l’Iran), dall’altro non si fanno certo mancare dissidi e scontri anche cruenti tra di loro: ad esempio tra India e Cina per contenziosi territoriali nell’Himalaya, come pure tra Egitto ed Emirati Arabi Uniti, sostenitori di opposte fazioni nella guerra civile sudanese (dove intervengono peraltro, con forniture di armi e non solo, anche Cina e Russia).
Non solo: alcuni Stati (Indonesia, Emirati Arabi Uniti, Egitto) partecipano sia al BoP di Trump, sia ai BRICS… e gli “intrecci” tra i due organismi potrebbero ulteriormente aumentare.
Appare quindi difficile pensare che questa ipotetica alleanza possa davvero rappresentare la base su cui costruire un nuovo ordine per l’intero Pianeta, più pacifico, più giusto e più equo per i suoi abitanti.
Impossibile, in un contesto tanto complesso e confuso, azzardare previsioni su quel che potrebbe accadere in futuro.
Tenuto conto dei principi generali – tuttora validi anche se spesso violati – all’origine del sistema delle Nazioni Unite (parità di diritti tra gli Stati a prescindere dalle dimensioni e dal peso economico, divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati), va considerata la dimensione gigantesca delle sfide epocali che l’Umanità si trova ad affrontare.
La lotta ai cambiamenti climatici è una di queste, ma vanno ricordate anche la drammatica e rapida perdita di biodiversità in tutti gli habitat naturali, le enormi disparità di reddito e di accesso alle risorse vitali tra i popoli della Terra ed all’interno di molti Stati, come pure la negazione di diritti e libertà fondamentali per buona parte dell’umanità.
Una stagione di rinnovato multilateralismo appare perciò probabilmente l’unica speranza di poter affrontare con qualche chance di successo sfide di tale portata.
Servirà, verosimilmente, una riforma del sistema delle Nazioni Unite, senza inaccettabili disparità tra i Paesi membri (Basta con il diritto di veto dei 5 “grandi”!) e dotandosi dei mezzi necessari per far rispettare, da parte di tutti – non soltanto gli Stati – i principi del diritto internazionale e le decisioni assunte in sede ONU.
Dario Predonzan