Da Woodstock a Teheran
la più grave di tutte quelle che in modo ricorrente, quasi ciclico, nell’ultimo secolo hanno travagliato la società mondiale ed in cui hanno avuto un ruolo determinante la perdita dell’etica imprenditoriale, la globalizzazione del mercato (soprattutto quello finanziario culminato con la crisi dei subprime), la speculazione del mercato azionario e dei derivati e la grave crisi del mercato e dell’industria automobilistica. Tuttavia il nome scelto per definire questo grave fenomeno economico sociale, che attualmente incombe e staziona su tutto il nostro pianeta, non le si addice: la sua origine etimologica indica scelta, decisione e quindi stato transitorio di particolare gravità. Mentre il fenomeno in corso purtroppo ha assunto un andamento cronico con ciclici aggravamenti. Da qualche parte si sperava che questa particolare gravità avrebbe obbligato a delle riflessioni nella gestione economica del pianeta e suggerito dei radicali cambiamenti e che quindi sarebbe stata in qualche modo salutare.
Un rimedio, anzi un’inversione di tendenza verso esiti positivi di un fenomeno insostenibile. I rimedi che vengono proposti per la sua fausta risoluzione, però, non fanno intravvedere grandi cambiamenti.
Edilizia e trasporto: due settori produttivi di particolare interesse hanno raggiunto livelli di ipersaturazione e rappresentano anche i settori che, con il relativo indotto, concentrano la massima occupazione. La loro crisi desta gravissime preoccupazioni principalmente e giustamente per le ripercussioni sulla situazione occupazionale, con la prevedibile conseguente destabilizzazione sociale. Le soluzioni che nel nostro paese si stanno già realizzando, consistono nell’incremento dell’attività edificatoria e nella ristrutturazione della produzione automobilistica, per garantire la massima occupazione possibile nel settore, da un lato e nella concentrazione bancaria ed assicurativa dall’altro. Ed allora una riflessione è d’obbligo. Concentrazione urbanistica, megalopoli, cementificazione inarrestabile, traffico insostenibile, inquinamenti di ogni tipo, produzione di alimenti non sempre rispettosi della salute del consumatore, abbandono terre marginali, sottrazione di terreni all’agricoltura, da un lato: il mega trend dal quale non ci si discosta.
Dall’altro agricoltura biologica, incentivazione alla ruralizzazione, risorse energetiche alternative, ricerca scientifica ed istruzione: ricchezze del domani, recupero dell’artigianato e della micro impresa, l’istituzione di banche dei poveri sull’esempio indiano diffuse sul territorio, esperienza riuscitissima per il finanziamento di micro imprese contadine, rimboschimenti e lavori socialmente utili, recupero dei terreni abbandonati. Il tutto con retribuzioni commisurate alle invertite esigenze dei consumi rivolti verso libere scelte, culturali piuttosto che come quelle attuali indotte da pressanti campagne consumistiche verso il superfluo. Alternative disattese. La città ha sottratto alla campagna terreno, acqua, bosco, risorse umane. Ricontadinizzare la società potrebbe essere non solo una provocazione, ma una strada per invertire la tendenza. Sembra una pazzia. Ma a mali estremi, si diceva, estremi rimedi. Del terzo mondo poi non si parla più. Al suo posto si parla di sicurezza sociale, del pericolo degli immigranti e dei gravi problemi che comporterà una sempre più massiccia immigrazione verso i paesi e le civiltà ex colonialistiche. Questi problemi si risolveranno soltanto risolvendo i problemi del terzo mondo. “No al profitto ad ogni costo” ha invocato recentemente anche a Trieste Dominik Salvatore, celebre economista dell’Università Fordham. Mercificando ogni cosa abbiamo mercificato un sogno di Woodstock e ci stiamo risvegliando a Teheran.
Dove si distrugge nel sangue un altro sogno giovanile di cambiamento.
Livio Dorigo
Tratto da Konrad numero 149 di settembre 2009
