Se fosse un romanzo sarebbe un giallo. Una di quelle storie con una trama intricata, piena di bugie e di mezze verità. Ma con finale a sorpresa.
L’argomento è tecnico, ma dietro la durezza di dati si nascondono gli occhi e i sorrisi di 50 ragazzi, 50 soldati italiani che purtroppo non ci sono più. E tanti giovanissimi militari partiti negli anni scorsi per le missioni di pace nei Balcani, Sarajevo, Mostar, Djakovica, Pec, Hadgic: sono i nomi di città di Bosnia e Kosovo che oggi sopportano per una ricostruzione lenta ma che nel 1994-95 e nel 1999 furono bombardati dall’aviazione della Nato. Gli aerei partiti dalle basi italiane sganciavano su quei lembi di terra circa 40 mila proiettili con testate ad uranio impoverito.
Si tratta di un materiale chiamato tecnico scorie radioattive, scarto della lavorazione di centrali nucleari e che pertanto andrebbe stoccato e smaltito come un rifiuto pericoloso. Ma a partire dagli anni ‘60 fu scoperto che l’uranio impoverito aveva due caratteristiche principali che lo rendevano utile e spendibile in guerra: un alto peso specifico, per perforare come burro i materiali più resistenti; e una enorme capacità piroforica: cioè prende fuoco, sviluppando temperature superiori ai 3000 gradi, per superare il bersaglio. Cominciarono le sperimentazioni negli Stati Uniti e in Iraq: nel 1991, in Somalia; nel 1993, in Bosnia, Kosovo, poi nelle recenti campagne in Afghanistan e ancora in Iraq.
Contrariamente a quanto alcuni nostri politici affermano, la scienza ha delle certezze sull’argomento. A sostenere le tesi più scomode, che hanno l’etichetta del made in Italy, è stato Beppe Grillo. Qualche settimana fa a Modena ha devoluto il ricavato di un suo spettacolo a una intraprendente coppia di ricercatori: la dottoressa Antonietta Gatti e suo marito. Lei è a capo di un progetto internazionale di studio sulle nanotecnologie: si tratta di malattie insorte a causa di particelle minuscole di metalli pesanti, più piccole di un micron, che, una volta finite nell’organismo non vengono assorbite né espulse ma si depositano nei tessuti degli organi generando per lo più tumori e leucemie. Ebbene, la dottoressa ha trovato nanoparticelle di leghe molto pesanti nei polmoni e nei linfonodi di molti esami dei soldati malati. Antonietta Gatti è una donna minuta ma dalla straordinaria energia: la “s” emiliana riempie di simpatia la sua parlata veloce, e ogni volta che può, illustra le sue scoperte realizzate anche grazie a un speciale microscopio in dotazione al policlinico modenese. “Stiamo parlando di una nuova ingegneria che potrebbe rivoluzionare l’uomo. Sono queste nanoparticelle – spiega – che ho trovato nei corpi dei soldati malati: hanno una forma per lo più sferica. Una forma che si ottiene solo quando i metalli bruciano ad altissime temperature, al di sopra dei tremila gradi”. E nei Balcani l’unico materiale che ha sviluppato queste temperature è stato l’uranio impoverito. Tutto chiaro per il nostro paese? Niente affatto. In Italia sembra esserci allergia per la verità, anche quando essa è a portata di mano.
Una ricerca poco più che ventenne quando decise di abbandonare Cardito, paesone di provincia alle porte di Napoli, e indossare la divisa militare. L’avvocava due occhi piccoli che riuscivano a sorridere anche quando la malattia che lo ha ucciso gli riempiva il volto di grandi amari. Il marinaio di Hodgjidn, diventato in seguito maresciallo, si chiamava Luca Sepe e in Bosnia capì che quella divisa verde mimetica gli piaceva. Non si spiega, i ragazzi, perché i suoi colleghi statunitensi avevano mascherine, guanti e tute e lui doveva stare in maniche di camicia e pantaloni di cotone. Così fece lui. Le foto ricordo al suo comandante che liquidò la cosa come “un’amarezza”. Ma da allora su quei Balcani, quando la sua cartella clinica era ormai un fascicolo di fogli di diagnosi senza scampo, l’episodio gli tornò in mente, e cominciò a domandarsi.
Poi si è domandato tutto gli altri ragazzi: Valery Melis, di Cagliari, che la passione per la squadra di calcio della sua città, Fabio Poretti, una sonora e chiara tastiera a incidere in una sala registrazione improvvisata; Andrea Antenori, di Lecce, innamorato di Firenze e di una giovane donna che non lo ha mai abbandonato. Corrado di Giacobbe, orgoglioso del cappello da alpino e delle sue origini meridionali. E tanti, troppi altri ragazzi come loro che giovani del sud, militari con una alternativa alla disoccupazione, ragazzi che indossavano nel proprio cuore un nuovo senso di patria.
Luca Sepe andò via dal Cardarelli di Napoli quando ormai la malattia non gli aveva più lasciato scampo. Si fece portare a Roma con la sua giovane moglie e la madre.
Sono trascorsi sette anni da quando il primo di questi ragazzi è morto: si chiamava Salvatore Vacca, era sardo e sua madre è ancora oggi una combattente. Il 28 febbraio ha preso un aereo da Cagliari per protestare, insieme con decine di famigliari di ragazzi deceduti e ammalati, davanti a Chigi. Al di là del portone era riunita per l’ufficialità dei conti la commissione d’inchiesta del senato che aveva compiuto fra l’altro due quest’anno il suo lavoro: 400 pagine di relazioni e allegati che gli hanno meritoriamente parlato di uranio impoverito, e diventata “legge”. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, solo l’anno scorso, ha commissionato all’Istituto militare di medicina della Difesa Antonio Mandelli la sostanziale e che l’uranio impoverito non fa male e che risultano decine di studi medici internazionali che lo testimoniano. Più volte abbiamo chiesto all’ufficio stampa del ministero di poter visionare queste ricerche, ma non è giunta alcuna risposta. Anche perché chi segue l’argomento con costanza da anni sa bene che si tratta della ennesima presa in giro. Oramai se ne è proprio certi: l’Italia è rimasta l’unico paese dove si può affermare una cosa del genere.
Alla presidenza della commissione d’inchiesta hanno lavorato molti senatori, ascoltati testimoni, impare notizie tecniche, fonti e documenti riservati che sostenevano la posizione in materia del Comandante supremo della Lega Nord. “Non appare plausibile escludere un rapporto causale” si legge nelle ultime in questione viene a attribuire all’uranio impoverito e c’è perfino una riga, l’unica riga, supportata da fatti riportata dal giornale. Però poi c’è scritto l’urano impoverito non fa male e che i ragazzi militari ammalati delle bombe nei Balcani hanno contribuito all’insorgere del tumore. Un’ovvia conclusione, quindi. Un giudizio di colpevolezza. È un risultato fondamentale.
Eppure, se le famiglie dei 45 soldati deceduti e per quei 300 che stanno combattendo con la malattia. Perché per loro, che un giorno si vedranno infliggere la causa di servizio, negare in qualsiasi riconoscimento morale ed economico, la battaglia si sposta dalle aule del parlamento a quelle del tribunale. Uno studio legale romano, quello dell’avvocato Giorgio Carta e dell’avvocato Marco Targliata, sta patrocinando una quarantina di ricorsi in sede civile e penale. Due gli obiettivi: ottenere i risarcimenti danni per il decadimento psico ambientale, vedersi riconosciuto il diritto alla verità.
Stefania Divertito
Tratto da Konrad n. 133 di febbraio 2008
