La storia non è nuova, perché il film si ispira a “Stéphane, una donna infedele” di Claude Chabrol. La trama è quindi, per chi ricorda la pellicola del regista francese, abbastanza scontata. L’ennesimo remake di un film di successo? Potrebbe sembrare, se non fosse per il fatto che la vicenda di “Minotaur – Nel labirinto del potere” viene trasferita nella Russia di oggi, ed ai due protagonisti – Gleb e sua moglie Galina – se ne aggiunge un terzo, sempre più dominante nello svolgimento della storia.
Il regista Andrej Petrovič Zvjagincev (“Il ritorno” del 2003, Leone d’oro a Venezia, “Elena” del 2011, “Leviatan” del 2014 e “Loveless” del 2017, tutti premiati a Cannes, come “Minotaur”, che ha ricevuto il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes 2026), espatriato in Francia dopo essere sopravvissuto a 40 giorni di coma durante la pandemia di Covid 19, ha girato il film a Riga, in Lettonia, per una coproduzione franco-tedesca-lettone.
Gleb dirige un’azienda di logistica e conduce una vita agiata con Galina ed il figlio adolescente, in una villa lussuosa lontana dal centro della città di provincia in cui è ambientata la vicenda.
Galina è però insoddisfatta dal ruolo di casalinga e dalla routine di cui si sente prigioniera. Gleb, workaholic e sostanzialmente anaffettivo, sospetta che la moglie lo tradisca e finisce per averne conferma, dopo aver commissionato delle indagini a un dipendente addetto alla sicurezza dell’azienda.
Quel che segue – omicidio del rivale e occultamento del cadavere – non è particolarmente diverso né sorprendente, rispetto a tante altre storie analoghe lette o viste in romanzi e film. Nuovo e peculiare è invece il contesto in cui la vicenda si svolge.
Poco alla volta si affaccia infatti nel film il terzo protagonista, che occupa uno spazio sempre maggiore: è l’”Operazione militare speciale” in Ucraina, o per meglio dire l’intera società russa di oggi condizionata e corrotta dalla scelta bellicista del regime.
Un passo dopo l’altro, la guerra si insinua nel racconto: prima un’auto con una grande “Z” dipinta sul lunotto, parcheggiata davanti a quella di Gleb, poi le immagini di edifici bombardati che un’impiegata guarda allibita sul PC (salvo cambiare subito schermata appena il capo la scopre), poi le immagini della TV sulle lunghe file di automobili che attraversano il confine georgiano cariche di russi “che non si sa se ritorneranno”.
Segue la riunione urgente convocata dal sindaco con Gleb ed i colleghi manager della zona (“Le vostre aziende danno da vivere a tutto il Comune”, ma…) in cui viene spiegata l’urgenza di fornire elenchi di dipendenti da fornire all’esercito per l’arruolamento obbligatorio.
Man mano che gli sviluppi drammatici della storia procedono, aumentano le intromissioni del terzo protagonista: Gleb con il cadavere nel bagagliaio, fermo ad un passaggio a livello mentre transita un treno carico di carri armati. Nell’elenco dei dipendenti da consegnare per l’arruolamento il protagonista inserisce anche il responsabile sicurezza (sessantenne) che aveva individuato l’amante di Galina: se ne intuirà il destino vedendolo poi ritratto in un mega manifesto propagandistico (rapidamente sostituito da un altro) sulla “Gloria eterna agli eroi”. Emblematico e grottesco il “briefing” per il personale destinato alla guerra: uomini di tutte le età e corporature, cui un funzionario affiancato da un pope sciorina le ragioni del conflitto: “difesa della patria” e dei “valori morali”, contrasto alla “corruzione” rappresentata da chi vorrebbe “genitore 1 e genitore 2”…
Cosa implichi tutto ciò lo si tocca con mano quando il delitto sta per essere scoperto: temendo che i solerti poliziotti, venuti a casa sua per avere chiarimenti sulle telefonate di Galina all’amante, potessero arrivare alla verità, Gleb chiede l’intervento del sindaco. Il quale puntualmente fa una telefonata a chi di dovere, e l’indagine viene archiviata.
Come Stéphane nel film di Chabrol, Galina capisce che il marito ha scoperto la tresca e intuisce cosa ne sia seguito. Rimane però con lui e anzi gli si lega ancora di più, interpretando il delitto come una prova d’amore.
Tutta la famiglia parte quindi per una vacanza in Grecia.
Dagli oblò dell’aereo il panorama mostra un infinito mare di nuvole scure: non sono, chiaramente, solo quelle che ricoprono l’isola di Creta, ma quelle che incombono sul presente e sul futuro della Russia.
Dario Predonzan