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Basta frottole sul nucleare e sull’energia

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Quante volte, e da quanto tempo, leggiamo e sentiamo organizzazioni di categoria (Confindustria, ma non solo), politici e giornalisti, ripetere che le imprese italiane pagano l’energia elettrica “da 3 a 4 volte più cara” rispetto alla Francia? Aggiungendo che si tratta della conseguenza del fatto che Oltralpe quasi tre quarti dell’elettricità vengono prodotti da centrali nucleari: “ah, se le avessimo anche noi!”…

Seguono ovviamente, subito dopo, improperi per il fatto che per ben due volte gli italiani hanno votato NO (nel 1987 e nel 2011) in referendum abrogativi di leggi che prevedevano la costruzione di centrali nucleari.

Approfondendo si scopre però l’infondatezza di molti luoghi comuni sull’argomento. Una scoperta che avrebbero dovuto fare, in primis, i più diretti interessati, a cominciare da Confindustria, ma anche qualche grande giornale nazionale (esistono ancora?). E invece no.

 

Il disastro Francia

 

Per fortuna ci ha pensato “Valigia Blu”, meritoria testata on line, ospitando l’articolo di Lorenzo Squarza linkato qui sotto.

 

Nucleare, costi e tempi: i conti che il dibattito italiano non fa – Valigia Blu

 

Squarza spiega bene cose che le categorie economiche, ma anche giornalisti degni di questo nome, dovrebbero conoscere bene: ad esempio il meccanismo del prezzo marginale, alla base del mercato elettrico europeo (che penalizza chi, come l’Italia, dipende soprattutto da centrali a gas).

Spiega anche le distorsioni che i vari governi, succedutisi in Francia, hanno imposto nei meccanismi di vendita dell’elettricità, con il doppio risultato di arricchire alcuni privati e di caricare un’enorme montagna di debiti su EDF, la società statale proprietaria delle centrali.

Un disastro finanziario, simboleggiato dalla vicenda dell’unico nuovo reattore EPR (di “terza generazione”) di Flamanville, costato 23,7 miliardi anziché 3,3 (7 volte tanto…) e costruito in 17 anni anziché nei 4 promessi.

Dulcis in fundo, tra debiti EDF, spese per prolungare la vita delle ormai vecchiotte centrali esistenti e costi dei nuovi EPR promessi dal presidente Macron, un conto totale di 150 miliardi che graverà per decenni sui contribuenti francesi.

 

Ma c’era, e c’è, anche Eurostat…

 

Del resto, che le “notizie” correnti sui costi dell’elettricità in Italia e in Francia fossero panzane, si evince anche dando semplicemente un’occhiata ai dati di Eurostat, aggiornati con regolarità e disponibili on line.

Difficile credere che Confindustria & co ignorasse questa fonte, eppure…

I prezzi medi dell’elettricità (al netto delle tasse) per le utenze industriali nei Paesi europei sono infatti quelli elencati nella tabella al link sottostante:

https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/nrg_pc_205/default/table?lang=en&category=nrg.nrg_price.nrg_pc

 

Quelli dell’elettricità per le utenze domestiche sono invece raccolti nella tabella seguente:

 

https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/nrg_pc_204/default/table?lang=en&category=nrg.nrg_price.nrg_pc

 

Come si può facilmente notare, un differenziale di prezzo tra Italia e Francia (ma anche tra Italia e Germania) esiste, non però “di tre o quattro volte” superiore, bensì pari al 18 per cento circa a favore della Francia, mentre in Germania i prezzi sono ben superiori a quelli italiani sia per le industrie, sia per le utenze domestiche. 

 

SMR, uranio e “indipendenza energetica”

 

Se quindi il modello francese dei grandi reattori EPR di terza generazione risulta tutt’altro che conveniente, potrebbero esserlo gli ormai mitici SMR (Small Modular Reactor) su cui paiono puntare sia il governo italiano, sia Confindustria?

L’articolo di Lorenzo Squarza smonta anche questa illusione, per il semplice fatto che di impianti del genere esistono solo due prototipi in funzione, in Russia ed in Cina. In Occidente molti progetti di carta, nessuna filiera per la produzione in serie e stime sui costi ed i tempi di costruzione quanto mai aleatorie (e sempre molto al rialzo nel tempo).

Il nucleare, di qualsiasi generazione sia, viene poi “venduto” dai suoi fans come la soluzione definitiva per l’indipendenza energetica nazionale.

Purtroppo le centrali nucleari necessitano di uranio, che dev’essere estratto, raffinato ed arricchito in appositi impianti, prima di diventare combustibile utilizzabile.

L’Italia non possiede nulla di tutto ciò, a cominciare dalle miniere, ma l’intera Unione Europea – Francia compresa – dipende in realtà per il 97 per cento dalle importazioni di uranio, provenienti per lo più dal Niger (dopo il colpo di stato scivolato nell’orbita della Russia), dal Kazakistan – le cui miniere sono controllate da società cinesi – e dalla Russia. La quale Russia detiene quasi la metà della capacità di arricchimento dell’uranio disponibile nel mondo.

C’è chi immagina di risolvere il problema estraendo l’uranio dall’acqua di mare, ma siamo ai limiti del delirio… e rimane comunque il problema dell’arricchimento.

 

Decarbonizzare con l’atomo?

 

Altro cavallo di battaglia (zoppo) dei pro nuke, la lotta ai cambiamenti climatici attraverso la decarbonizzazione, cioè la riduzione delle emissioni di CO2. Che in Italia sono pari a 6,9 t/a pro capite, mentre in Francia 6 t/a malgrado i tre quarti dell’elettricità prodotta con l’atomo. Non proprio una differenza spettacolare.

Il fatto è che l’elettricità – e le centrali nucleari solo questo producono – in Italia (ma altrove le percentuali sono simili) rappresenta solo il 22 per cento dei consumi energetici complessivi.

Certo, si possono elettrificare molti usi energetici (nei trasporti, nel riscaldamento ambientale, ecc.), ma bisogna farlo sul serio ed investirci, cosa che ad esempio né l’Italia né la Francia stanno facendo. Anche perché i negazionisti del cambiamento climatico, presenti in tutti gli strati sociali, nei media e predominanti in alcune forze politiche – per tacere del demente alla Casa Bianca – lavorano affinché nulla cambi e si rimanga dipendenti dai combustibili fossili (non sarà che a questa gente arrivi qualche soldino dai produttori di petrolio, gas e carbone?).

Per decarbonizzare davvero l’economia, insomma, occorre una strategia complessiva, che non si limiti al settore della produzione di elettricità, ma consideri l’insieme degli usi energetici e delle filiere produttive. Agricoltura compresa, che nella UE incide per il 12 per cento sul totale delle emissioni climalteranti (CO2, metano, ecc.).

 

Che fare quindi, in Italia?

 

Per cominciare si potrebbe dar retta a chi, anche in Italia, queste cose le studia da tempo. Come il Politecnico di Milano, che ha prodotto uno studio secondo cui un’Italia alimentata da energia elettrica rinnovabile al 100 per cento è possibile, anche tenendo conto di un raddoppio della domanda a seguito dell’elettrificazione dei consumi (nei trasporti, nel riscaldamento, in molti usi industriali, ecc.) oggi coperti da combustibili fossili.

 

Italia 100% rinnovabile? Possibile e conveniente, secondo il Politecnico di Milano

 

Poi bisognerebbe decidersi finalmente ad investire nella riduzione dei consumi – la sobrietà, di cui nessuno pare voler parlare – e nell’efficienza energetica: è ora di smetterla con il mito della crescita infinita.

Ovviamente sarebbe anche ora di smettere di prendere in giro gli italiani con le favole sul nucleare, si tratti di copiare il modello francese, sprecare risorse e tempo per i fantomatici SMR, o sognare di partecipare alla costruzione di un secondo reattore nell’area altamente sismica di Krško. O ancora promettere di “decarbonizzare” sostituendo la centrale a carbone di Monfalcone con una a gas…

Dario Predonzan

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