Konrad
L’arte di Crescere – Disabilità e Inclusione: maneggiare con cura.
L'arte di Crescere

L’arte di Crescere – Disabilità e Inclusione: maneggiare con cura.

Tempo di Lettura 7 Minuti

In ambito educativo parlare di inclusione è un must. Qualcosa di irrinunciabile. Lo è per due motivi, almeno. Uno riguarda una certa retorica del politically correct in cui si rischia di cadere quando ci si esprime distrattamente, assumendo quella postura che conduce a predicare bene e razzolare maluccio. Poi c’è l’altro motivo, il must deontico: si deve parlare di disabilità ed inclusione perché è innanzitutto necessario “alla vita” al fine di informare le politiche sociali di una comunità e mantenerla anche civile.

Dal momento che il politically correct ci interessa poco, ho preferito chiedere ad una persona che con la disabilità ha a che fare tutti i giorni di raccontarci qualcosa di utile. Utile per fare almeno una parte di tutto quello che ci siamo ritrovati a dire.

Andrea, 39 anni. Maturità Classica. Laurea magistrale in Economia Aziendale con tesi sugli indici di sviluppo alternativi al PIL con focus sull’indice di sviluppo umano e felicità nei paesi africani. Sposato e papà.

Andrea, perché ho chiesto a te di parlarmi di disabilità?

Forse perché la disabilità ce l’ho addosso, ma di solito a parlarne sono ‘altri’ che la interpretano senza averla provata… e tu sei un po’ pazza e ami vedere le cose da più angolazioni.

Ottimo, abbiamo iniziato con l’inclusione reciproca (risate)… parlami di cosa è necessario per affrontare la disabilità.

Ti direi la possibilità di fare una vita normale, a partire dalla famiglia per arrivare alla scuola. Mi spiego meglio: la famiglia anche senza volere orienta i pensieri dei bimbi. Il sentirsi normale parte da lì. Se in famiglia si parla solo di problemi, medici, visite, possibili cure…credo che in breve tempo imploda. Se si vive con leggerezza, resta il sorriso che ogni bimbo deve avere. La scuola poi è un altro passo fondamentale che completa il percorso. E questo, nonostante le critiche che facciamo al nostro sistema scolastico e sociale, è un punto di forza tutto italiano. Sono sempre stato inserito in ogni attività di classe (ginnastica inclusa) e non mi sono mai sentito inferiore agli altri. In quasi tutti i paesi europei, invece, la disabilità crea separazione e percorsi scolastici distinti.

Ora vuoi parlarci di ciò di cui non c’è bisogno?

Di compassione. La miglior cosa è comportarsi in modo naturale: non è che noi disabili pensiamo in ogni momento alla nostra disabilità, anzi abbiamo mille altri pensieri, dal lavoro, alla famiglia, alle attività ludiche. Ci pensiamo se la vediamo riflessa negli occhi e negli atteggiamenti degli altri. Ma c’è una eccezione. Sentir dire «Eh povero lui non potrà mai» evoca la sfida…e la voglia di dimostrare che quel mai è un errore!

Hai accettato la tua disabilità?

Di getto ti direi sì, subito, visto che ci sono nato. Ma, se ci rifletto, la risposta corretta è che è accaduto all’università, quando ho accettato la stanza disabili in casa dello studente. Fino a quel momento non volevo essere associato al mondo dei disabili. Ne sono parte, ma volevo starne lontano. Nei miei pensieri ritenevo che vedermi in un contesto dedicato alla disabilità avrebbe indotto gli altri a percepirmi tale… mentre pensavo che in un contesto misto questa caratteristica sarebbe passata inosservata. Accettando la stanza disabili, ho in automatico accettato anche la mia condizione. Diventarne consapevoli è qualcosa di molto diverso dal ‘sopportare’ la situazione. Una volta interiorizzata si diventa molto più forti e carichi. Partiamo un pelo sfavoriti, ma che bello è quando a vincere è chi parte da outsider!

Vincere… Hai anche un rapporto con lo sport?

Si, sport e viaggi, che ho anche combinato fra loro. Lo sport è un’occasione per sperimentare una passione che diventa comune. Ho vissuto momenti rocamboleschi come una trasferta di 36 ore a Brema di cui 28 passate in furgoncino dandosi il cambio alla guida, oppure rimanere in 2 fuori dallo stadio di Lens, nel Nord più sperduto della Francia, senza sapere come tornare a casa, perché i tuoi compagni di viaggio, che avevano noleggiato l’auto per tornare in aeroporto a Bruxelles, sono stati fermati dalla polizia.

Oltre agli altri tifosi hai avuto altri complici in queste scorribande?

Diciamo che anche mia mamma è stata un po’ spregiudicata, si è sempre fidata, lasciandomi andare in trasferta anche con pullman di tifosi non molto “rassicuranti”. Ma credo che la vita vada vissuta e osservata da diverse angolazioni. In questi ambienti, e non solo, non sono mai stato emarginato perché disabile, anzi. E questo era un buon motivo per fidarsi.

Parliamo di viaggi… qualcosa mi dice che ci sorprenderai ancora.

Viaggiare e vedere culture diverse è fondamentale, ti fa capire fino dove puoi arrivare con le tue forze. Non posso non citarti la Cina, per me forse il viaggio più importante. Sono stato ammesso ad un corso di specializzazione in cui 15 giovani sono stati selezionati per un’esperienza di 3 mesi in Cina. Era preferibile la conoscenza del cinese e diciamo che la disabilità non era sicuramente un parametro ricercato. Eppure…eppure mi hanno preso, così mi sono ritrovato per 3 mesi, da solo, in Cina, alla ricerca di importatori di vino friulano. Non posso negare che, una volta affrontata una situazione del genere e trovato il modo per viverla superando gli ostacoli, mi sono sentito molto più forte. Il mio consiglio è non porsi limiti. Rischiare, sfidarsi. Si guadagna un sacco in termini di indicatori di felicità.

Ma sei anche sceso in campo, cioè hai praticato degli sport?

Rispondo dicendoti che probabilmente sono più appassionato nel guardare lo sport che nel praticarlo. Fin dall’infanzia, comunque ho sempre giocato con i miei compagni di classe e gli amici: Calcio, fino a quando il campo non è diventato troppo grande (quindi più o meno fino alla fine delle elementari); Basket, facevo il play al campetto e me la cavavo abbastanza, nonostante la mia bassa statura; tennis, preferibilmente in doppio, per non correre come un disperato; Nuoto, fa bene ma non mi fa impazzire, lo trovo uno sport troppo solitario; tennistavolo, dove mi sono preso le soddisfazioni più grandi. Diciamo che nei primi 3 (calcio, basket, tennis) dove non arrivavo con le gambe arrivavo immaginando in anticipo cosa facesse l’avversario. Si sviluppano altre doti quando si è carenti in qualcosa. Nel tennis tavolo invece, dove il fisico conta meno, me la sono sempre cavata bene.

Accidenti Andrea, mi ricordi Foster Wallace e il suo rapporto con il tennis… quindi saper interpretare il gioco con la logica funziona davvero?

Ricordo un episodio alle superiori: scambio di classe in Francia, Amiens. Ora di educazione fisica. Da quelle parti era abitudine organizzare mensilmente il torneo di ping pong dell’istituto -per inciso mai visto il ping pong a scuola in Italia-. Ebbene il prof francese decide di non farmi partecipare temendo potessi farmi male. Quando succedono queste cose scatta una molla. Era una scelta folle a mio avviso, lo faccio notare, ma il docente non cambia idea. Così a mano a mano che il torneo va avanti inizio a giocare con i ragazzi che venivano via via eliminati. Le vinco tutte, così il prof si trova costretto, dai suoi stessi alunni, a farmi fare la ‘finalissima’ contro il ragazzo che aveva appena vinto il trofeo scolastico del mese. Non avrei mai perso: dovevo urlare in faccia al prof ‘Hai visto e tu non volevi farmi giocare!’. E così fu, da brutto anatroccolo a ‘piccolo eroe’ con il sostegno ed i complimenti di quei ragazzi francesi. Una bella soddisfazione.

Avresti anche potuto avviare una carriera agonistica, visti i risultati, ci hai mai pensato?

Mi è stato proposto più volte di giocare con altri ragazzi disabili, perfino di provare il mondo paralimpico nel tennistavolo. Non l’ho mai preso in considerazione, battevo i ‘normodotati’ perché mai avrei dovuto giocare solo con i disabili? Su questo tema ho una visione abbastanza personale: mi gasava Pistorius che gareggiava e vinceva contro i normodotati, ma allo stesso tempo non sono mai stato particolarmente appassionato di paralimpiadi perché ho osservato una cosa: tendenzialmente, ma potrei essere smentito visto che seguo poco, credo che fra gli atleti paralimpici ci siano più persone divenute disabili in seguito a incidenti o malattie. Questi atleti sembrano voler dimostrare di poter fare ancora le cose che facevano prima e questa motivazione è molto diversa da quella di chi nasce con una disabilità e ci cresce. Parlando di sport non mi sento in competizione con la categoria dei disabili, mi sento più in competizione con gli ‘altri’, i normodotati. Ecco come se smentire un pregiudizio e dimostrare che posso arrivare a fare meglio anche se parto evidentemente svantaggiato sul piano fisico mi dà una grande soddisfazione.

Descrivimi una scena di sport a tuo avviso indimenticabile…

2004, Stadio Panathinaiko di Atene, Baldini che arriva a braccia alzate al traguardo. Il suo passo di corsa, quasi felpato, un gesto atletico spettacolare. La associo alla una scena di Forrest Gump, quella in cui spacca gli ausili che aveva alle gambe e inizia a correre come un pazzo in un prato. Ecco: è come mi immagino il paradiso (grande sorriso, ndr).

Grazie Andrea, è stata una conversazione illuminante ed ispiratrice, autentica e ricca di spunti. Includere fa rima con ascoltare, osservare e condividere. Ma anche con chiedere a chi ne sa più di noi e lasciarsi educare.

Raffaella Delbello

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