Metodi per verificare se una centrale nucleare rappresenta un rischio per il territorio sono gli stress test. Si devono valutare scenari estremi: si creano simulazioni che includono eventi naturali o incidenti come terremoti o alluvioni, si analizzano i sistemi di sicurezza sui controlli della pressione e del raffreddamento per mantenere il nocciolo a una temperatura sicura. I test includono l’analisi di tutte le procedure di emergenza, la resistenza delle strutture e il funzionamento dei sistemi di spegnimento automatico con le barre di moderazione per rallentare o fermare la reazione di fissione. Si utilizzando scenari di rischio specifici per la posizione della centrale, per valutare la resilienza dell’impianto e la capacità dei suoi sistemi di sicurezza di resistere a condizioni impreviste come incidenti aerei.
Nel dicembre del 2012, dopo l’incidente di Fukushima del 2011, l’Unione Europea ritenne indispensabile sottoporre a stress test almeno 132 reattori funzionanti di 17 paesi europei.
L’ENEA su Energia, ambiente e innovazione pubblicò la sua valutazione sugli stress test europei (Luci e ombre sulla sicurezza nucleare in Europa, conclusi gli stress test dopo Fukushima). Difettavano le procedure di emergenza sul 39% dei reattori, il 28% delle misure passive e il 37% degli standard di prevenzione relativi al rischio sismico non sono stati presi in considerazione, il 43% degli impianti non hanno tenuto conto dei più moderni standard di prevenzione del rischio di alluvioni e inondazioni e circa il 22% ha trascurato il sistema di depressurizzazione sicura del contenitore del reattore in caso di incidente. Le specifiche tecniche degli stress test sono state definite dall’associazione dei regolatori europei (WENRA) e approvate sia da ENSREG (Regolazione Europea in Materia di Sicurezza Nucleare) sia dalla Commissione Europea.
Verso la fine del 2012 fu organizzato a Roma dall’ISPRA un seminario internazionale sui risultati degli stress test sugli impianti nucleari attivi. Per quanto riguardava l’impianto nucleare croato-sloveno della NEK (Nukleama Elektrarna Krsko) di 600 MWe situato nel bacino della Sava, un’area soggetta a terremoti, a circa 130 km dal confine con l’Italia, le valutazioni degli stress test sembravano, secondo le autorità slovene, poter sopportare terremoti con un’accelerazione di gravità al suolo (PGA: Peak ground acceleration) di 0,8 g.
Il 4 ottobre 2012 il Parlamento Europeo prese atto della comunicazione della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia che, attraverso l’ENSREG, le prove di stress test sulle centrali europee avevano dimostrato l’importanza delle analisi periodiche di sicurezza, e riteneva indispensabile ripeterle almeno ogni cinque anni.
Greenpeace nel 2013 affidò ad uno studio indipendente l’elaborazione del rapporto Updated review of EU nuclear stress test per l’aggiornamento sugli stress test nucleari nella UE. Il rapporto mise in luce risultati poco convincenti, numerosi aspetti importanti non erano stati affrontati lasciando i cittadini europei esposti a rischi. Il rapporto evidenziava le criticità relative alle centrali Muleberg in Svizzera e Krsko in Slovenia.
Per Krsko il rapporto riteneva necessario arrivare a una progressiva chiusura dell’impianto perché costruito in un’area sismicamente attiva. Il Ministero dell’ambiente sloveno aveva apprezzato gli stress test decidendo di prolungare la vita della centrale fino al 2043, in seguito alla valutazione del Slovenian National report on nuclear stress test Final report, nonostante l’impianto fosse localizzato in prossimità di tre faglie sismiche attive.
Negli Atti parlamentari della Camera dei deputati del 4 agosto 2020 venivano riportate le interrogazioni dell’onorevole Rizzetto al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Rizzetto riportava quanto affermato dal governo nel 2016 cioè che secondo l’Agenzia slovena per la sicurezza nucleare gli stress test confermano che la centrale è fra le più sicure d’Europa e che il13 maggio il sottosegretario per l’Ambiente aveva dichiarato che sono in corso di realizzazione interventi per fronteggiare eventi estremi come un sisma di accelerazione 0,6 doppia rispetto a quella di progetto. Inoltre Rizzetto riportava che l’11 ottobre 2016 nell’audizione al Senato sulla pericolosità sismica di Krsko i ricercatori Decker, Sirovich e Suhadolc affermarono che a Krsko potevano ripresentarsi terremoti forti che potevano avere conseguenze gravissime. I tre esperti avevano affermato che la differenza fra PGA 0,6g e 0,8g è solo un dato statistico, se l’accelerazione superasse il valore medio 0,8 secondo gli stress test si può produrre la rottura del nocciolo. Nel 2019 fu presentata dalla Slovenia la proposta del raddoppio della centrale di Krsko con un nuovo reattore della potenza doppia rispetto all’attuale.
Nell’aprile del 2022 Legambiente nazionale inviò al ministero le sue osservazioni sulla VIA transfrontaliera relativa alla vecchia e pericolosa centrale nucleare di Krsko. Gli studi sismologici più recenti (IRSN: Istituto francese di radioprotezione e sicurezza nucleare) indicavano in 0,8 – 0,9 il limite oltre il quale il contenitore del reattore potrebbe lesionarsi, questi valori potrebbero venire superati dai possibili terremoti causati dalla presenza delle tre faglie attive (Orlica, Libna e Artice) con una magnitudo massima di 30 volte l’energia dei terremoti de L’Aquila del 2009 e dell’Emilia 2012. Legambiente chiedeva al governo l’impegno per far chiudere la centrale e a opporsi al prolungamento della struttura al 2043, considerando la sua tecnologia insicura e antiquata rispetto all’area sismica evidenziata in tempi recenti a causa delle tre faglie che percorrono il territorio. Il Governo italiano in seguito al parere della Commissione di VIA del Ministero della Transizione Ecologica espresse parere negativo sul prolungamento della vita della Centrale al 2043, anche in seguito al rapporto presentato da 4 scienziati fra cui i sismologi Livio Sirovich (OGS Trieste) e Peter Suhadolc (Università di Trieste).
Su Sapere (rivista scientifica divulgativa della Dedalo editrice) Livio Sirovich e Peter Suhadolc dopo varie pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, oltre all’audizione al senato della repubblica nel 2016, pubblicarono il quadro problematico della pericolosità rappresentata dalla centrale nucleare di Krsko. Le motivazioni dei due scienziati riguardavano la forte sismicità della zona. Quando venne progettato l’impianto alla fine degli anni ’70 le conoscenze della presenza di faglie attive in zona erano molto vaghe. Ma 25 anni dopo gli studi di pericolosità stimarono in 0,6 l’accelerazione di gravità di riferimento, cioè il doppio di quanto previsto nel progetto. Si scoprì poi che il PGA di 0,3 del progetto non riguardava la superficie del terreno ma le fondazioni a 20 metri di profondità per cui l’accelerazione effettiva risultava doppia cioè 0,6 g. La faglia più pericolosa risultava essere la cosiddetta Artice, anche se a generare terremoti in loco fosse più preoccupante la faglia Orlica, che passa a 2 km dalla centrale, per cui è stata calcolata una magnitudo massima di 7,2 Richter, un terremoto molto forte. Esiste poi la faglia Libna che passa a poche centinaia di metri dai siti di Krsko1 e Krsko 2. Sismologi francesi, italiani, austriaci e sloveni avevano accertato che il sito di Krasko non è adatto a una centrale nucleare per il rischio sismico dovuto alla prossimità delle tre faglie attive in grado di produrre terremoti di magnitudo massima pari a circa 30 volte i terremoti de L’Aquila del 2009 e dell’Emilia del 2012. Valutazione fatta anche dall’IRSN (Istituto Francese di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare) nel 2013. Nel 2025 la centrale nucleare slovena è stata sottoposta ad una fermata programmata di 29 giorni per manutenzione dopo 551 giorni di funzionamento a piena potenza. È ancora in piedi l’ipotesi slovena di una nuova centrale (Krsko2) di potenza doppia dell’attuale (Krsko1) e nella stessa località. Su Krsko2 il governo sloveno intende proporre un referendum consultivo. La decisione finale dovrebbe avvenire nel 2027 o nel 2028 prevedendo una spesa fra i 9,3 e i 15,4 miliardi di euro.
Lino Santoro