All’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, fuori concorso nella sezione Venice Open, c’è The Pervert’s Guide to Utopias, l’ultimo capitolo della ventennale collaborazione tra la regista Sophie Fiennes e il filosofo Slavoj Žižek. Un viaggio nel cinema per capire la società, le sue contraddizioni e i sogni che qualcuno continua a chiamare utopie.
Il film annuncia subito le proprie intenzioni con uno spoiler alert: saranno anticipati i finali di molte pellicole. Chi non volesse farsi rovinare la sorpresa è libero di andare. E non sarà pianto.
Se degli alieni arrivassero nel nostro pianeta e chiedessero indicazioni per capirne gli abitanti, anziché invitarli a farsi un giro tra i terrestri, Žižek gli suggerirebbe di guardare film.
Il primo film citato come specchio della società è Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979) che subito chiarisce che è ormai superata la banalizzazione per cui il male risiederebbe nell’ignoranza. Aveva torto dunque Platone: il male ha una propria intelligenza. Anzi, vedremmo che ha una propria etica osservando bene la lucida e folle teoria del generale Kurtz, interpretato da Marlon Brando. E anche il capitalismo, più che essere il male, ha bisogno del male: senza i bambini che scavano nelle miniere del Congo alla ricerca dei preziosi minerali, o addirittura pronti a morire, drogati e armati, per difendere gli interessi delle corporation, non avremmo i nostri telefoni tra le mani.
Il film V per Vendetta invece spiega le messinscene e il successo di politici inquietanti e incredibili come Trump: il capitalismo, che ha rubato tutto, usa anche la simbologia più rivoluzionaria. Sognavamo gruppi organizzati di oppressi in rivolta? Ecco i rozzi vichinghi che irrompono a Capitol Hill, si arrampicano sui cancelli, pregano mentre indossano corna e bandiere a stelle e strisce come mantelli.
Nelle simili ma differenti dittature semidemocratiche, con Putin e Xi la critica pubblica non è ammessa: qui il fascismo non ci prova nemmeno a profumare di democrazia come fa la ministra della Giustizia israeliana di destra Ayelet Shaked nello spot del profumo “Fascism”, mentre si spruzza sul collo i destrorsi programmi del suo governo.
Altro tema da spiegare a eventuali extraterrestri con i film è quello della separazione tra oppressori e oppressi, che qui sul pianeta terra è cruciale. Lo fa la fantascienza. In Blade Runner (Ridley Scott, 1982) lo spietato scienziato e uomo d’affari Wallace non si cura di separare le due categorie: sono già le differenze biologiche a dividere replicanti e umani.
Anche il cinema horror ha da sempre rappresentato le classi con personaggi di diverse specie: i vampiri, eleganti e aristocratici, sono le élite, mentre gli outsider, gli emarginati, sono rappresentati dai malconci morti viventi, che in White Zombie (Victor Halperin, 1932) lavorano sfruttati senza fiatare.
È nel riconoscimento della propria identità e della propria appartenenza di classe che risiede la chiave, dunque? Risponde il film Blade Runner, dove il personaggio interpretato da Harrison Ford, Deckard, è palesemente il filosofo Cartesio, col suo Cogito ergo sum: nel dubbio sulla soggettività risiede il dubbio sulla propria esistenza.
Tornando alla fantascienza, l’intelligenza artificiale può farlo? Žižek spiazza: i replicanti, nel loro desiderio di imitare l’essere umano, sono ancora più umani degli umani stessi. Si interrogano, pensano e dunque, in qualche modo, sono. Paradossalmente dunque la scienza, nonostante la pericolosità delle tecnologie contemporanee, non è soltanto una minaccia perché conduce a un’esperienza spirituale che contrasta quel capitalismo che spera che tu non sappia chi sei.
Žižek continua a entrare e uscire dai film di cui parla, mimetizzandosi nelle scene sapientemente ricostruite.
E fa capolino anche sui social. Kylie Jenner, famosa per la superficialità laccata dei suoi contenuti, deruba la lotta femminista della sua carica simbolica e inscena un TikTok party a tema I racconti dell’ancella in cui le partecipanti sono mascherate da ancelle e brindano “sotto il suo occhio”.
Meno volgarmente, ma altrettanto ineluttabilmente, anche i cloni di Never Let Me Go di Romanek, allevati fino al compimento dei diciotto anni in apposite strutture, sono rassegnati al loro destino di donatori di organi per gli esseri umani. sanno di non poter sopravvivere a più di tre trapianti, ma non si ribellano proprio perché, a volte, si sceglie di non sapere.
E infatti dai grandi media non si esige necessariamente che trasmettano le grandi notizie. Le brutalità commesse da Israele a Gaza, per esempio, sono circolate soprattutto attraverso piccoli canali indipendenti e social network. Come per i telefonini di cui sopra, la libertà di informazione sarebbe impossibile senza la morte. E’ un po’ quello che fa chi, girandosi dall’altra parte, dice: lo so che Assange è stato catturato per aver divulgato verità scottanti e che sta pagando per questo, lo so, ora non scocciarmi.
Poi c’è Tarkovsky, che mostra l’insensatezza della superstizione: ogni rituale ha senso proprio perché non ha senso. Come il protagonista di Nostalghia, che deve impedire a una candela di spegnersi perché solo lui sa come quel gesto possa condurlo a qualcosa. O come in Melancholia di Lars Von Trier, dove la salvezza sotto una capanna di legnetti non può nulla contro un pianeta che sta per schiantarsi sulla Terra, se non offrire un ristoro simbolico mentre il disastro sta per avvenire.
I simboli, in questo senso, salvano perché illudono, e la religione fa proprio questo. E della sbiadita e vuota routine godiamo proprio perché essa non ci mette di fronte al nuovo. La metodica Jeanne Dielman che ogni giorno cura la casa, cucina per il figlio adolescente e si dedica senza coinvolgimento alla sua professione di prostituta, si vede costretta a uccidere il proprio cliente nell’unico amplesso a pagamento della sua carriera nel quale, senza volerlo, trova piacere: uscendo dalla routine, quell’orgasmo la distoglie dalla rassicurante sicurezza della sua vita da oppressa.
Ce lo dice anche Sullivan’s Travels che simpatizzare con gli emarginati può essere inutile, e persino dannoso. ln questo film del 1941 il protagonista è un volenteroso regista che si traveste da barbone e prova a confondersi tra i poveri per meglio comprendere i drammi che per loro intende mettere in scena. Sullivan finisce nei guai e, una volta in carcere, mentre guarda Mickey Mouse insieme ai compagni detenuti, comprende che far ridere la gente è il modo migliore per alleviare la sofferenza umana.
Rifiutava questa ghettizzante separazione già Malcolm X, che da una famiglia povera e operaia proveniva davvero, e che con quella X dichiarava qualsiasi rinuncia a un inquadramento identitario.
I film citati dal maestro Žižek sono tanti e The Pervert’s Guide to Utopias è, oltre che un richiamo al dovere morale di pensare criticamente, uno strumento dolcemente accademico per indagare la lotta di classe, l’utopia della separazione tra oppressi e oppressori, l’ottimismo antropologico del comunismo attraverso il cinema e la filosofia. Grazie, professor Slavoj Ž.
Irene Tartaglia