di Simonetta Lorigliola
Fondali marini martoriati dalle trivelle e acqua pubblica regalata alle imprese private. È ora di dire basta. Tutti a votare Si al referendum del 17 aprile
Fino a qualche tempo fa la nozione di “bene comune” era sulla bocca di tutti.
Soprattutto dopo la vittoria dei referendum del 2011 il concetto pareva assodato. Entrò anche in molti programmi elettorali.
L’acqua, le risorse ambientali, la biodiversità, il mare… (l’elenco continua) non possono essere sfruttati per realizzare profitti privati poiché non sono proprietà esclusiva di nessuno, nemmeno dello Stato il cui territorio li ospita. Sono di più. Sono bene comune, ovvero appartenenza condivisa che la gestione politica e amministrativa deve tutelare in nome dei diritti della comunità.
Così pensavamo.
La grande macchina dell’economia contemporanea (possiamo anche risparmiare ogni altro aggettivo poiché esiste un monolitico modello economico in tutto il pianeta) è un tritatutto.
Franco Berardi Bifo, acuto lettore dei processi degenerativi della società post post (due volte) liberista lo ha spiegato a chiare lettere: la capacità camaleontica del capitalismo è infinita e nessun altro modello ha resistito così a lungo, inglobando e depotenziando ogni alternativa.
Un mondo diverso è possibile, recitavano migliaia di persone per la strade di Genova nel 2001. E si parlava già di beni comuni. Poi la voluta (e violenta, vedi la Diaz) dissolvenza.
Ma quel camaleonte non è eterno e invincibile.
È necessario alzare la testa.
Distogliere lo sguardo dallo schermo e dalla rete web che simula una realtà viva e gratificante. Smettere di essere solo consumatori di visioni, selfie, fiction, format e shopping.
Entrare veramente in rete, dentro le questioni che non sono lontane ma quotidiane. E irrompono d ogni giorno in casa nostra.
Acqua potabile. Acqua di rubinetto. L’acqua è vita e senza acqua non si vive.
Oggi la nostra acqua è in gran parte gestita da soggetti privati che offrono servizi a prezzi sempre più cari, sfruttando un patrimonio comune allo scopo di accumulare risorse per pochi.
Ma non avevamo votato contro tutto questo?
Perché il Parlamento italiano non fa il suo dovere e legifera seriamente a tutela di quel voto popolare?
E il mare? L’ostinazione italiana (e non solo) a voler legare produzione di energia e petrolio sembra un racconto di brutta protofantascienza.
Il combustibile fossile è fuori tempo. Distrugge il pianeta, è una fonte esauribile, inquina e ci viene venduto a prezzi folli.
Se fosse un bambino a ragionarci lo escluderebbe subito da ogni gioco.
Invece in Italia esistono decine e decine di piattaforme petrolifere, persino a distanze ravvicinate dalla costa.
Le trivellazioni esplorative ed estrattive distruggono l’ecosistema marino. Danni irreparabili.
E stiamo parlando del mare Adriatico o Tirreno cioè del Mediterraneo, il mare nostrum noto in tutto il mondo per la sua unica bellezza.
Qui non solo la visione politica è miope, è addirittura cieca e paradossale.
La nostra ricchezza è la bellezza del territorio, non il petrolio del nostro mare, che è poco, e viene estratto da imprese che ci lucrano e lo sfruttano.
Tanto che in Emilia hanno pensato di attaccarci, alle piattaforme, anche degli allevamenti di cozze.
Salvo poi scoprire (lo ha denunciato Greenpeace) che le cozze contengono quantità di metalli pesanti ben oltre i limiti di legge.
E noi ce le mangiamo.
Insieme alle fandonie sul progresso scientifico che farebbero di queste piattaforme esempi di un paese civile orientato alla ripresa economica.
Viene da ridere. Se non ci fossero da piangere lacrime amare.
Quelle che vanno trasformate in sana indignazione. In partecipazione. In testardo e sano desiderio di cambiamento.
Il 17 aprile ci è data una possibilità.
Non sprechiamola.