Caldier (latino Caldarium, croato Kalair), con i suoi 230 abitanti e la frazione più grande del Comune di Montona (Motovun), situata nell’Istria centrale, soprannominata “Eldorado istriano” o “Piccola California” per la sua copiosa produzione frutticola, in particolae di pere, mele e susine.
La fertilità del suolo, abbondanza delle sorgenti d’acqua e la vicinanza del fiume Quieto (Mira) – attraverso la cui valle arriva l’aria mite del mare – vi hanno favorito la presenza umana fin dalla preistoria come ci dimostra il ritrovamento dei reperti dell’età del bronzo nel castelliere di Monte S.Salvador.
Preziosa è la testimonianza storica del vescovo di Cittanova, Tommasini che, nel suo libro “Commentari…” del 1646 parlando di Montona e delle sue frazioni, sottolinea la fertilità del suolo e la produzione abbondante di frumento, biete, olivi, vini preziosi e frutti di ogni sorte.
Il territorio del Montonese, per conformazione geologica, fa parte della cosiddetta Istria grigia, il cui paesaggio è prevalentemente colinare a pendi dolci, costituiti da uno strato arenaceo-mamoso e da banchi azzurognolo-grigi di Flysch che rendono il terreno impermeabile e perciò ricco d’aoqua.
L’altitudine varia dai 10 metri sul livello del mare della valle del fiume Quieto, fino ai 400 m del Monte S.Salvatore, il punto più alto del Comune di Montona.
Nell’Istria interna troviamo piccole e medie proprietà, spesso frazionate, mentre sono assenti le grandi tenute, le cosiddette stanzie.
Soprattutto nel passato vi si praticava un tipo di frutticoltura estensiva. con piante disseminate su superfici di terreno relativamente estese ed associate ad altre colture arboree come la vite, folivo o altre erbacee. Era un’attività secondaria, trattandosi di frutteti familiari che fornivano frutta fresca nel corso dell’anno, e solo una parte della produzione era destinata alla vendita, per integrare le magre entrate finanziare della famiglia, spesso numerosa. Talvolta le piante crescevano vicino alla casa, ai margini dei campi e dei prati e vi si coltivavano varie specie, caratterizzate da differenti epoche di maturazione.
La messa a dimora degli alberi da frutta veniva eseguita in autunno o alla fine del’inverno.
Le specie più frequentemente coltivate erano, e lo sono tuttora, il pero, il melo ed il susino.
Il pero (Pyrus communis) preferisce i cimi temperati e richiede inverni piuttosto freddi anche se la sua resistenza al freddo è inferiore a quella del melo. Si adatta ai terreni compatti, anche argillosi, purchè freschi e profondi, teme la siccità dei terreni aridi e calcarei.
Il melo (Malus communis), in confronto al pero, si adatta anche a climi più rigidi e umidi, ma può rivelarsi molto sensibile alle brinate primaveri.
L’età in cui le piante innestate su portainnesti selvatici cominciano a produrre varia grandemente: il pero comincia a fruttificare già nel terzo anno dall’impianto a dimora, ma per avere una produzione apprezzabile non prima del sesto; il melo comincia a produrre prima del pero, ma la varietà importanza decisiva.
Un tempo la propagazione dei meli e dei peri avveniva col metodo naturale di riproduzione.
Piante selvatiche spontanee, compatibil coll’ambiente climatico e pedologico della località scelta per l’impianto ed affini alle piante, venivano innestate hoper garantire vigore e resistenza.
La frutta veniva consumata fresca, ma una parte veniva impiegata pure in cucina nella preparazione di dolci.
Due fattori hanno determinato la fine della frutticoltura tradizionale:
– Lo spopolamento delle campagne con un drastico calo demografico, dovuto all’emigrazione, all’urbanizzazione ed all’esodo seguito alla seconda guerra mondiale;
– La meccanizzazione degli anni Settanta, che ha segnato la fine della secolare civiltà contadina.
Da allora e stata introdotta la frutticoltura intensiva, con terreni destinati esclusivamente alle piante da frutto moderne, con caratteristiche adatte alla commercializzazione, e conseguente abbandono degli alben da frutta tradizionali. Si creano piantagioni di culfivar già innestati e si impiegano abbondanti trattamenti che favoriscono la quantita. Nel territorio di Caldier troviamo oggi circa 80.000 allberi da frutto, con una produzione di 2.000 tonnellate di frutta che ne fanno il più grande produttore frutticolo dell’Istria.
Alcuni produttori stanno cercando di recuperare e registrare, salvandole dall’oblio, le vecchie specie autoctone di alberi da frutto, specialmente di peri e di meli.
Delle 25 specie di peri autoctoni esistenti nel passato ne sopravvivono ora una decina, come la zucchenna, la belladonna, la gentile, la perianguria, mentre delle altre quindici e rimasto solo il nome. Anche delle dieci varietà di mele un tempo coltivate, è sopravvissuta solo la meta come il musetto, la belliza, la pressanca e qualche altra.
Si auspica che la riscoperta e la valorizzazione delle qualità autoctone vengano favorite ed incrementate, riconoscendo alle colture del passato un valore non solo commerciale, ma di testimonianza storica e culturale.
Livio Prodan
Tratto da Konrad n. 178 di luglio agosto 2012
