Claudio Zmarich, primo ricercatore presso l’istituto di Scienze Tecnologiche della Cognizione del C.N.R. di Padova
La balbuzie o disfemia è un disturbo del linguaggio. Come si manifesta?
Le caratteristiche dela balbuzie sono ben riassunte nella definizione dell’O.M.S., 1977: “la balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà”. Entriamo nel cuore del problema: i prolungamenti e le ripetizioni, cioè le cosiddette disfluenze, del parlato del balbuziente sono radicalmente diverse dalle disfluenze del parlato del non-balbuziente, simili solo a prima vista. È diversa la tipologia, la frequenza, la collocazione (più spesso al inizio dell’enunciato) e la durata (“ta-ta-tavolo invece di “ta-tavolo”). Un altro aspetto è quello dell’incontrollabilità: il balbuziente sa cosa vuole dire, ma può non riuscire a dirlo perché non ha il controllo sui suoi articolatori.
A quale età compare?
Per 185% dei casi insorge nella prima infanzia, tra i 18 e i 42 mesi di età, periodo critico poiché interessato da un rapido processo di maturazione delle abiltà del bimbo.
Può manifestarsi anche più tardi, in soggetti che comunicavano in modo fluido?
In generale le persone che iniziano a balbettare dopo i 12 anni sono vittime di traumi che hanno danneggiato il Sistema Nervoso Centrale, ma in questo caso si parla di Balbuzie Neurologica che può insorgere a qualsiasi età.
Quali sono le cause di tale disturbo?
Le ricerche fanno ritenere che la balbuzie venga trasmessa per via genetica. Il 75 % dei balbuzienti ha parenti che balbettano.
Anche se il meccanismo di trasmissione è sconosciuto, i maschi sono più colpiti dalla balbuzie (4 maschi vs. 1 femmina).
Studi recenti ci parlano anche di anomalie strutturali e funzionali nel cervello dei balbuzienti
Quando diventa patologica?
Se si presenta con le sue caratteristiche definitoria è già patologica, sono molti e documentati i casi gravi di balbuzie insorta da un giomo all’altro. Si manifesta in circa i 5% di tutti i bimbi e regredisce spontaneamente in 4 bimbi su 5 lasciando circa un 1% di bimbi che resteranno balbuzienti cronici.
La balbuzie è un handicap?
È un handicap per gli effetti negativi prodotti dalla disfluenza sul linguaggio verbale. Essi condizionano lo sviluppo personale, l’esperienza educativa, la scelta professionale e la funzione sociale. Il balbuziente può sviluppare comportamenti di evitamento o fuga da situazioni di conversazione, consapevolezza di difficolta, sentimenti di frustrazione che si instaurano come reazione ai fallimenti comunicativi. Tali comportamenti reattivi possono essere presenti sin dall’insorgenza della balbuzie.
Va detto che in genere i passare del tempo migliora la gravità della balbuzie.
Quando il genitore deve rivolgersi allo specialista?
Il bimbo che inizia a balbettare ha diritto ad essere valutato e monitorato fino al recupero spontaneo o terapeutico. In 4 casi su 5 “passa da sola”, ma non intervenire sull’unico caso che non può recuperare spontaneamente significa rimandare la terapia a un’età in cui la balbuzie consolidatasi sarà quasi inestirpabile, mentre l’intervento precoce garantisce la prognosi più favorevole.
Un compromesso è quello di mantenere in osservazione il bimbo per almeno un anno dalla data di insorgenza, dopo il quale si può individuare con buone probabilità il balbuziente destinato a diventare cronico.
Come si articola la terapia?
Si possono distinguere quattro fasi.
1. Valutazione: diagnosi e classificazione di gravità. Si identificano le condizioni che mantengono o aggravano i disordine e si definisce la misura in cui il balbuziente ricorre a condotte di evitamento o fuga dalle situazioni temute. Si definiscono i prerequisiti al trattamento: la maturità e sensibilità del soggetto, la sua risposta alle diverse tecniche, la sua reale motivazione al cambiamento e l’eventuale appoggio familiare.
2. Instaurazione dell’effetto terapeutico. Il terapista deve padroneggiare varie tecniche per scegliere la più adatta.
Vi sono due scuole di pensiero sulla terapia della balbuzie: una basata sul “modellamento della influenza” e l’altra sul “balbettare più fluentemente”. La prima, preferita da psicologi e logopedisti di una certa scuola, modifica il comportamento disfluente manipolando le sue conseguenze allo scopo di giungere ad un parlato libero da disfluenze. La seconda, più seguita dagli psicoterapeuti, rende il balbuziente più consapevole del suo disturbo, riducendo le condotte di fuga e i sentimenti negativi. La fluenza “a tutti i costi non è l’obiettivo principale e si tollera un livello minimo di balbuzie se il balbuziente ci convive”. Il paziente deve essere inoltre aiutato ad aumentare le attività social.
3. Trasferimento: fase molto importante in cui viene chiesto al paziente di “trasportare” gradualmente nel “mondo reale” i suo nuovo comportamento verbale appreso all’interno di un sistema protetto come quello clinico.
4. Mantenimento: vuole mettere il paziente in grado di contrastare con i propri mezzi la tendenza alla ricaduta. Si può affermare il successo del trattamento terapeutico, quando il paziente conserva nel tempo i benefici acquisiti.
Barbara Cantalino
Tratto da Konrad numero 125 di aprile 2007
