20 anni fa vedeva la luce il primo Konrad ed apriva la sua copertina con un articolo dedicato alle ripercussioni locali di un inchiesta passata alla storia: Mani pulite, indagine che travolse il mondo politico italiano rivelando una fitta trama di corruzioni e concussioni, una rete di clientelismi ed omertà, un radicato sistema di tangent, che comunemente chiamiamo Tangentopoli, lo scandalo che portò alla fine della Prima Repubblica
Ad avviare l’inchiesta, fu un pool della Procura della Repubblica di Milano, guidato da Francesco Saverio Borrelli e formato dai magistrati Antonio di Pietro, Francesco Greco, Gherardo Colombo, Tiziana Parenti, Ilda Boccassini e Piercamilo Davigo.
Proprio quest’ultimo, assieme alla dottoressa Grazia Mannozzi, ordinario di diritto penale presso l’Università dell’Insubria è stato presente a Trieste, il 12 marzo scorso, invitato dalla Lista Universitaria AutonomaMente, dal presidio triestino ELSA e dall’Associazione Rime.
L’occasione era un incontro dal titolo “Corruzione e Legalità”, argomento quanto mai d’attualità e assai noto al relatori, autori nel 2007 del volume edito da Laterza “La corruzione in Italia. Percezione sociale e controllo penale”.
Al suo arrivo presso la cittadella universitaria, luogo della conferenza, ad attenderlo vi è un’aula gremita di studenti, i loro volti rivelano la curiosità e la voglia di sapere di più di qualcosa di cui molto hanno letto o sentito dire, ma che, per ovvie ragioni anagrafiche, non hanno vissuto in prima persona.
Il dibattito è condotto magistralmente dal dott. Ruggero Buciol, dottorando in Diritto Penale del’Ateno tergestino, che prende la parola dopo i saluti di rito del Professor Paolo Pittaro.
Il primo argomento affrontato è una questione spinosa: il costo effettivo della Corruzione. La Corte dei Conti stima che annualmente in Italia essa pesi per 60 millardi di euro, cifra stabilita in base a studi di settore che parlano di un generico 3% del PIL. La cifra pare sia ampiamente superiore, nessuno sa dire di quanto è qualcosa cosi difficile da quantificare, pertanto nessuno si prende la briga di farlo…
Si passa poi ad un aspetto cruciale, ovvero la percezione che la gente ha del livello di corruzione presente nel proprio Paese. Tale dato viene misurato da Transparency International tramite un indice, i CPI (Corruption Perception Index). In una scala da 0 a 10 in cui il 10 indica una sensazione di assenza di corruzione, l’Italia ha totalizzato un raccapricciante 3 negli anni compresi tra i 1988 e ‘92, ovvero in piena Tangentopoli, e dopo aver migliorato il suo risultato arrivando nel 2001 ad un consolatorio 5.5 è ripiombata, dal 2010 in poi, ad un misero 3.9.
Tale dato, posto a confronto con lottimo 9.2 della Finlandia, farebbe pensare a situazioni diametralmente opposte, eppure nel 2010 il numero di condanne per corruzione nei due paesi era pressoché Identico. Cosa significa tutto ciò? Che il grosso dela corruzione in Italia è “sommersa”.
La cosa non stupisce, soprattutto in virtù del fatto che la corruzione è un reato bilateralmente illecito in cui corrotto e corruttore hanno un convergente interesse al silenzio; in apparenza, inoltre, tale reato non ha vittime “in carne ed ossa” che possano sporgere denuncia, poiché le vittime sono “diffuse”: o meglio vittima è spesso la Pubblica Amministrazione in seno alla quale, un suo pubblico ufficiale, compie il reato facendosi corrompere.
Potremo parlare, mutuando un’immagine dal mondo della medicina, di una sorta di malattia auto-immune in cui il sistema immunitario, si rivolta contro lo stesso organismo di cui fa parte..
E sulla situazione attuale Davigo non infonde certo fiducia, anzi… della legge anti-corruzione del 2012 dichiara che “se un Ministro della Giustizia che si sa essere giurista di alto livello é riuscito ad ottenere solo questo risultato, significa che era davvero il massimo che potesse essere approvato dal Parlamento, fatto che la dice lunga sulla qualità morale di tale assemblea.”
D’altronde si tratta dello stesso sistema di “Giustizia” del tutto privo di corrispondenza tra gravità del reato e pena applicata; un sistema che si scaglia pesantemente contro uno scippatore e lascia pressoché impunito chi deruba, non del contenuto di un portafoglio, me dei risparmi di una vita, un’enorme quantità di persone, come accaduto nel caso Parmalat.
Un sistema in cui le condanne sono diminuite non perché sia cessata la delinquenza, ma perché è aumentata la difficoltà nel condurre le indagini. Gli stessi indagati di Davigo, con sua grande sorpresa hanno fatto brillanti camere politiche “tanto da farmi sospettare di avere il tocco di Re Mida”. Essere stati sottoposti a processi simili, spiega infatti il magistrato, pone nella straordinaria posizione di essere, più che ricattabili, ricattatori di quanti sono rimasti ancora impuniti.
La conclusione amara si ritrova quindi in una considerazione di Davigo: “Tangentopoli avrà forse abbattuto il velo di ipocrisia che nascondeva la corruzione in italia, ma da allora i politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”.
Laura Paris
Tratto da Konrad n. 185 di aprile 2013
