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Scienza botanica trascurata

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Trieste, è noto, è stata anche chiamata Città della Scienza; tutte le sue strutture hanno seguito due grandi filoni: quello originato sotto Maria Teresa d’Austria nel 1753 con l’apertura del primo “corso biennale di matematica per la navigazione” e quello successivo all’arrivo dell’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale con la creazione dell’Università, mai concessa da Vienna.

Eredi del primo percorso sono l’Istituto Nautico, la Biblioteca Civica, l’Osservatorio Astronomico, l’OGS e l’IsMar (l’ex Istituto Talassografico); dal secondo percorso sono nati enti quali la SISSA, il Centro di Fisica Teorica, il Sincrotrone e l’Area di Ricerca.

Ancora durante la prima tratta del nostro percorso storico si sono palesate grandi personalità quali Muzio deTomasini e Bartolomeo Biasoletto.

Il primo, a cui è dedicato il nostro Giardino Pubblico di via Giulia, era laureato in giurisprudenza che lo ha portato ad assumere importanti cariche pubbliche tra le quali il ruolo di primo podestà di Trieste, fu un grandissimo appassionato di botanica; questo lo portò a collaborare con il secondo, un chimico farmaceutico dalla stessa competente passione che gli propose (da una sua prima idea del 1828) la fondazione del giardino Orto Botanico che fu istituito nel 1842.

Il primo catalogo di questa nuova realtà fu compilato nel 1877 dallo stesso de Tomasini e da Raimondo Tominz.

Che ne è oggi di questa perla della cultura scientifica triestina? Un’amica di Konrad (seppur abitante altrove) ci ha scritto queste tristi ed accorate righe.

“La ragione per cui ti scrivo è l’Orto Botanico di Trieste che personalmente considero un gioiellino e un vanto per la città da tutelare in ogni modo. Per me è un punto di riferimento quando vengo a Trieste, così come fortunatamente per altre persone, compresi gli stranieri, che sempre incontro quando mi capita di venire lì. Purtroppo, dopo la mia visita di pochi giorni fa ho avuto la percezione che, al di là del lavoro costante dei bravi giardinieri, manchi quella visione e cura per i dettagli che lo contraddistinguevano, oltre ad alcune cure materiali specifiche.

In effetti, tralasciando la questione entrata principale che ormai è in sospeso da qualche anno (possibile che non si trovi una soluzione?) si percepisce una lentezza se non uno stato di semiabbandono per quanto riguarda la sistemazione di alcuni punti dell’orto: un sentierino, un muretto, un’aiuola e simili lasciati andare, o transennati di volta in volta, per i quali basterebbero dei piccoli interventi veloci da parte di chi ne ha l’incarico.

Ma, al di là di questo, molto più importante e incomprensibile a mio parere, è l’inspiegabile mancanza della nomina di un curatore/direttore con la qualifica di botanico, ecobiologo, ecologo…, ossia di un professionista in grado di studiare, comprendere, produrre, risolvere, mantenere rapporti di scambio con gli altri orti botanici nel mondo, partecipare, ricercare, sperimentare, informarsi, aggiornarsi.

In questo prezioso Orto di Trieste, dopo l’andata in pensione dell’eccellente dott. Palma quasi un anno e mezzo fa, non esiste più una figura del genere, il che è impensabile e del tutto privo di logica se si considerano la funzione e il funzionamento dell’orto stesso. Come può l’orto svolgere la sua funzione di studio, divulgazione, ricerca, conservazione, didattica, ecc. se il suo funzionamento non è garantito mancando l’aspetto professionale più importante?

Inoltre, anche gli orari di apertura sono venuti man mano diminuendo. Ormai l’orto è aperto al pubblico solo 9 ore alla settimana, dalle 10 alle 13 di venerdì, sabato e domenica. In passato lo era tutti i giorni, salvo il giorno di chiusura, con orari più lunghi.

In un mondo difficile, ma dove fortunatamente si parla ancora di ambiente, ecosistemi, biodiversità, ecc, sorge il dubbio che questa percepita trascuratezza sia un preludio al fatto che lo si voglia lasciar andare. Mi auguro di sbagliare. Sarebbe un colpo troppo forte per chi lo visita e ama trascorrere qualche ora a conoscere, o semplicemente a passeggiare o a leggere nella sua quiete naturale, e anche una grave perdita per la città dopo più di 150 anni dalla sua fondazione. Non si può abbandonare un’opera del genere!”

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