È davvero più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo?
E perché accettiamo l’idea che non ci sia alternativa al sistema in cui viviamo?
Se n’è accennato martedì 28 aprile al cinema Ariston di Trieste in un incontro che ha preceduto la proiezione del film We are making a film about Mark Fischer di Simon Poulter e Sophie Mellor (sotto il nome collettivo Close and Remote https://www.closeandremote.net/portfolio/we-are-making-a-film-about-mark-fisher/).
Nicola Gaiarin e Stefano Tieri della scuola di filosofia di Trieste hanno introdotto quello che più che un film è un esperimento visivo, nato su Instagram, che ripercorre il pensiero di uno degli intellettuali più rilevanti degli ultimi decenni, Mark Fisher, a dieci anni dal suo suicidio.
Il film si avvale della partecipazione di oltre 70 partecipanti, è stato girato con un budget limitatissimo ed è una meta-finzione ovvero si ricorda costantemente al pubblico che sta assistendo ad un’opera di natura del tutto artificiale. Occorre dire subito che è un film per “iniziati” ovvero non agevola il compito a chi ignora le teorie dell’intellettuale inglese.
Il film è ambizioso perché si chiede cosa penserebbe oggi Mark Fisher, ne riattiva il pensiero di fronte agli eventi contemporanei: dalle tensioni geopolitiche – evocate implicitamente nel riferimento alle manifestazioni contro Margaret Thatcher o di sostegno alla Palestina – alla diffusione rapidissima dell’intelligenza artificiale, che radicalizza proprio quelle dinamiche di alienazione e accelerazione già individuate dal filosofo britannico.
Il film non è un biopic ma ha l’intenzione di portare le sue idee nel presente attraverso una ricerca ed un dibattito condivisi.
Le intenzioni degli autori sono quelle di coinvolgere le persone intorno ai concetti di scopo e di agency ovvero la facoltà di un individuo di agire intenzionalmente, influenzare il proprio contesto e di sentirsi artefici del proprio destino.
C’è una guida, il signor Parkins, un personaggio di finzione che ci conduce attraverso un percorso che si snoda tra le idee di Fisher, mai considerato come una figura conclusa ma attuale, viva e che può incidere sull’attualità.
Parte dell’intervista agli autori su Wire spiega perfettamente il contenuto che più stava loro a cuore (https://www.wired.it/article/mark-fisher-film-instagram/#lintervista-a-sophie-mellor-e-simon-poulter-del-collettivo-close-and-remote).
“Fisher aveva compreso che il capitalismo si era spostato oltre l’economia, diventando una questione di atmosfera, aspettative, auto-percezione. Oggi questo è ancora più chiaro: la vita sulle piattaforme, i feed algoritmici, le metriche di performance, le economie degli influencer. Una vita vissuta sullo schermo. La sensazione che ‘non ci sia alternativa’ si è accentuata, ma ora convive con un senso di burnout diffuso e con forme silenziose di rifiuto. La domanda che Fisher ha lasciato aperta, in questo caso, è: come si cambia un’atmosfera, non solo un sistema? Per noi questo significa dire al pubblico che possono ancora cambiare le cose intorno a loro, ma che servono risorse, come il nostro film, per poterlo fare. Negli ultimi lavori Fisher cercava nuove forme dello stare insieme: non la politica di partito, non l’avanguardismo, ma un affetto condiviso, un’immaginazione condivisa. È esattamente qui che si colloca il nostro film: come possiamo creare nuovi immaginari? In questo senso, è fondamentale comprendere il suo uso del termine ‘affettivo’: significa riattivarci, coinvolgere l’intero sensorium, comprendere l’impatto delle cose. Acid Communism era il suo tentativo di dare un nome a tutto questo, ma non lo ha mai completato. Oggi, in un’epoca di spazi pubblici frammentati e di capture da parte delle piattaforme, il problema alla base della necessità di costruire una soggettività collettiva è più urgente che mai. È per questo che il film è solo l’inizio: da esso potranno nascere cose imprevedibili.”
Ermanno Brunettin