Trieste, città dalla statica bellezza, alla ricerca costante di uno sviluppo cercato ma non voluto, mobile nelle sue condo attraverso lo scorrere perpetuo del tempo.
In questo periodo di stasi per quanto riguarda le esposizioni – piccole e di breve durata, mentre per quanto concerne la programmazione nei musei di una certa importanza tutto è silente – ho rivisitato luoghi della mia città attraverso le immagini di una mostra fotografica che si sta svolgendo presso il Teatro Stabile Sloveno di via Petronio 4 a Trieste. Accolta da persone gentilissime – colgo anzi l’occasione per ringraziare la receptionist che si è informata sull’apertura del teatro e il gentile Piero che mi ha aperto il palazzo e la mostra in un giorno di festa e di chiusura – ho avuto l’onore e la fortuna di assaporare sola, immersa in un silenzio irreale una poco pubblicizzata e magnifica mostra fotografica sulla nostra amata città.
Avvolto da una sensazione di leggera decadenza (purtroppo al giorno d’oggi comune a molti luoghi interessanti, minati da tagli di bilancio), il teatro stabile sloveno, appartenente a una lingua e a una cultura a me lontana, mi ha accolto con grazia, soavemente, per farmi capire che tutti i luoghi (e le persone) hanno un’anima comune dove l’unico idioma parlato è quello del cuore.
Le immagini colpiscono nella loro grandiosità.
Si giunge a Trieste via mare, un mare in tempesta mosso e agitato dal vento famoso in mille lidi chiamato bora: vi si giunge tra immagini moderne e antiche. Vecchie immagini di Borsatti risalenti al 1956, dove bora e gelo toccavano un’intensità ormai dimenticata, si fondono con fotografie di Roberto Cettin, Marco Covi, Claudio Ernè, Neva Gasparo e Nika Furlani, dove il colore raggiunge svariate tonalità di blu e azzurro, dove il blu del mare agitato si amalgama con il celeste della calma piatta, dove la bora si tocca e si percepisce attraverso un etereo velo mosso dal vento e dove con un gabbiano avvertiamo la bellezza del volo.
Il viaggio prosegue a bordo del tram di Opicina tra i colori di una splendida giornata di sole di Marino Sterle che ci porta in gallerie sconosciute della Val Rosandra e sull’altipiano, toccando boschi inondati di luce insieme a Fabrizio Giraldi e Roberto Pastrovicchio.
Il tram prosegue il suo percorso con Sterle toccando la vedetta di Moccò, il laghetto di Percedol per giungere fino al Santuario di Monrupino sfiorato lievemente dal sole in una magica atmosfera di pace.
Il tram arriva al capolinea e il cammino procede a piedi attraverso un mondo di pietra, immobile nei tempi e nelle ere, un mondo di case e pozzi di pietra, un mondo visitato attraverso la forza e l’intensità di Claudio Ernré, Tullio Stravisi e Neva Gasparo per giungere nel sottosuolo fino alle grotte del Carso Il viaggio prosegue e veniamo trasportati in un nuovo universo fatto di modernità, quasi stonata, nel verde della natura attraverso le Immagini di Gabriele Crozzoli e Sterle che ci conducono nel Campus di Ricerca facendoci visitare il laboratorio di luce del Sincrotrone per giungere con Erné nella nostra tanto odiata Ferriera attraverso delle immagini che la trasformano in un paesaggio artistico.
L’esplorazione tocca il porto vecchio con alcune bitte abbandonate insieme a Marco Corvi per imbarcare il passeggero verso il Castello di Duino insieme a Gasparo mentre Cettin di permette di ammirare le falesie in autunno per ritornare quindi ai giardini di Barcola con una visione alternativa grazie a Pastrovicchio.
Il lungo cammino sta per giungere al suo termine con un itinerario nelle lande che ha ci lascia un sapore di antico tra pecore e nozze carsiche grazie a Giuliano Koren e Mario Magajna che ha documentato le prime nozze del Carso nell’anno 1968 per arrivare alla visita del patriarca serbo ortodosso insieme a Giovanni Montenero e al Natale serbo ortodosso con Andrea Lasorte.
Koren ci accompagna anche attraverso un momento importantissimo quale è stato l’abolizione dei confini, frontiera culturale e territoriale che ha diviso popoli tra dolore e ingiustizie fino a giungere ai profughi provenienti dalla Bosnia di Cettin, immagini fortissime che ci riportano alla nostra felice realtà, rendendoci consapevoli della fortuna avuta nel nascere in questa splendida e multiculturale città dal sapore provinciale.
Al piano superiore il viaggio viene completato dall’incontro con persone che hanno dato molto a questa splendida e controversa Trieste come ad esempio Margherita Hack, Fiorella Kostoris, Claudio Magris, Boris Pahor, Paolo Rumiz e Don Mario Vatta, che prendono vita grazie alle immagini di Marco Covi, gigantografie che ci salutano, imprimendoci nell’anima un sapore di fierezza e di appartenenza.
La mostra sarà visitabile fino al 12 giugno 2011 presso il Teatro Stabile Sloveno di via Petronio 4, da lunedì a venerdì dalle ore 10.00 alle ore 15.00.
Consiglio, a tutti i triestini e non, di assaporare queste splendide immagini rese vive e dotate di un’intensa anima grazie a questi bravissimi fotografi.
Adriana De Caro
tratto da Konrad n.164 del marzo 2011
