Ho visto il Teatro Lirico Giuseppe Verdi il 17 maggio trasformarsi in una città devastata dalla guerra e raccontare una delle più famose storie d’amore non a lieto fine di tutti i tempi: Il Romeo e Giulietta diretto da Paolo Valerio prende il classico di Shakespeare e lo immerge in un’ambientazione che richiama i Balcani degli anni Novanta, dove allestimenti, costumi, e musica richiamano quelle terre così vicine a noi. Ed è stato dedicato ai Romeo e Giulietta di Sarajevo, Admira Ismić e Boško Brkić. Lei bosniaca musulmana, lui serbo ortodosso: due ragazzi innamorati uccisi nel 1993 mentre cercavano di fuggire insieme dalla città durante l’assedio; i loro corpi, rimasti abbracciati sul ponte Vrbanja per giorni, sono diventati uno dei simboli più tragici della guerra nei Balcani. Una scelta simbolica e forte, ma incredibilmente efficace: e quando quella dedica ritorna nel finale, la messinscena appena vista acquista un peso emotivo ancora più grande.
Entrare al Verdi per assistere a questo Romeo e Giulietta significa ritrovarsi improvvisamente dentro una città ferita, attraversata dalla paura, dalla violenza e dalla disperazione. Fin dall’inizio si capisce che questa non sarà una versione romantica o rassicurante della tragedia: l’apertura con due corpi impiccati in scena è un’immagine di forte impatto emotivo e prepara il pubblico al tono della recita.
La scelta dell’ambientazione di questo Romeo e Giulietta è il cuore dello spettacolo: non è un semplice riferimento simbolico, ma la chiave attraverso cui leggere tutta la rappresentazione. Dopo quasi due ore di guerra urbana, cecchini e astio ereditato, Verona non è più soltanto Verona: diventa qualsiasi città distrutta dall’odio, qualsiasi luogo in cui le generazioni continuano a trasmettersi violenza e rancore.
Eppure, nonostante questa ambientazione contemporanea e politica, la storia resta fedele all’originale shakespeariano e il testo mantiene intatta la sua essenza. È proprio questo il grande punto di forza della regia di Paolo Valerio: modernizzare senza tradire. Tutto appare attuale, eppure mai forzato, i conflitti tra Montecchi e Capuleti diventano una vera guerra civile ma le parole, i sentimenti e la tragedia restano quelli immortali scritti dal Bardo secoli fa.
Anche visivamente Romeo e Giulietta lascia il segno. Le macerie, i video, le luci e le immagini di guerra costruiscono un ambiente scenico cupo e soffocante, capace di mantenere costante la sensazione di pericolo. Non c’è mai un vero momento di pace: persino le scene d’amore sembrano vivere sotto la minaccia imminente della distruzione.
Il cast sostiene la scena con energia. La scelta di affidarsi ad attori molto giovani si rivela fondamentale: Romeo, Giulietta e Mercuzio trasmettono autenticità, impulsività e fragilità adolescenziale in modo credibile. Nella prima parte dello spettacolo riescono a portare leggerezza, rendendo ancora più devastante il precipitare della tragedia nella seconda metà. Molto interessante anche la scelta del doppio ruolo per la nutrice e il frate, che aggiunge ulteriori sfumature al racconto e accentua l’idea di un mondo adulto ambiguo, incapace di proteggere i giovani.
L’idea di affiancare l’adattamento in prosa alla sua versione musicata, Romeo et Juliette, con cartelloni paralleli tra Verdi e Rossetti, entrambi diretti da Valerio nell’adattamento lirico di Charles Gounod, rende questo spettacolo qualcosa di unico nel suo genere.
Questa recita riesce quindi in qualcosa di molto difficile: ricordare perché Romeo e Giulietta continui a essere un classico senza tempo. Non soltanto per la storia d’amore tra i due protagonisti, ma per tutto ciò che li circonda: odio, vendetta, violenza generazionale, guerre create dagli adulti e pagate dai giovani. In questa versione il testo di Shakespeare smette di appartenere al passato e diventa terribilmente contemporaneo.
Per me è stato uno spettacolo potente, tragico e bellissimo, che lascia addosso dolore, inquietudine e commozione anche dopo l’ultimo applauso. E soprattutto uno di quei rari spettacoli che non si limitano a raccontare una storia, ma costringono davvero a guardare il presente e gli errori di un passato recente.
Giorgia Chiaro