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Dall’archivio di Konrad: STORIE DI MARI E VULCANI, articolo tratto da Konrad numero 185 pubblicato ad aprile 2013.
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Dall’archivio di Konrad: STORIE DI MARI E VULCANI

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La prima immagine che associo ai vulcani ed alle manifestazioni della terra primordiale, non sono le classiche eruzioni notturne. Risalgono alle mitiche vacanze che trascorrevo in un mondo cosi distante da quello a me abituale. L’ho decifrato a poco a poco come il risultato dei complessi legami tra le rocce calcareomamose, formatesi in mari di circa 13 milloni d’anni fa, e quelle ignee di vulcani che talvolta sconvolgevano tranquilli lidi.

I primi tasselli di questo quadro sono i resti di muretti di vecchie casupole, spesso diroccate, delle campagne dell’entroterra siracusano. Macchie nere che risaltavano su uno sfondo giallo bruno d’erbe e cardi rinsecchiti mossi da brezze in un mondo liofilizzato. Altre note di colore nel paesaggio erano il verde cupo dei carrubi e dei querceti e quello più pallido degli olivi o dei mandorli. Anticamente erano state il granaio d’Europa, poi i latifondo, la cattiva gestione dele acque e da ultimo la concorrenza del grano tenero americano le hanno progressivamente marginalizzate. Da poco rívivono anche per la nascita di agriturismi e di un turismo più evoluto e all’istituzione di parchi naturali. Nel 2002 la consacrazione definitiva, con inserimento nelle aree definite dal’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”. Infati fanno parte della cosiddetta “Val di Noto”, centro delle magie architettoniche legate al barocco siciliano, la cui genesi è anch’essa correlata a presupposti geologico – ambientali: i mortifero terremoto del 1693 e particolari rocce calcaree, utilizzate per la ricostruzione. Oggi forse è più nota per lo sceneggiato del commissario Montalbano….

Di questo mondo antico di collina, risento risuonare, di primo mano, le strade dei paesi, lastricate di liscio e nero basalto, al passaggio dei muli condotti dagli ultimi contadini/mezzadri, che uscivano per andare in campagna. Ritornavano solo a sera con il buio, portando alla vecchia nonna e al vari nipoti canestri di peperoni, melanzane o fichi colti al momento giusto tanto da sembrare dipinti a mano, non le fotocopie sbiadite dei nostri mercas.

Sulla costa, altre testimonianze, le ancora evident e inquietanti colate laviche seicentesche dell’Etna, quasi congelate sul punto di precipitare in mare. Noi abbiamo implegato quasi due giorni per risalire al cratere, camminando su rocce stridenti come scorie di vetro o scarti di ferriera.

Ma i momenti più magici erano legati all’alba o al primo pomeriggio africano quando andavamo ad esplorare la cima più alta dei Mont Iblei il M. Lauro, un vulcano, più antico dell’Etna stesso. La spianata sommitale, di nera terra riarsa, era attraversata da alineamenti retdilinei di pietre laviche: forse i resti di strade e mura di un’antica cittadina fortificata. Là potevo vedere concretamente riemergere la storía che studiavo al liceo: gli antichi greci che qui si opponevano ai punici che occupavo le zone interne dell’isola. La fantasia galoppava, stimolata anche dai racconti degli anziani del paese, che niferivano di oggett venuti alla luce e distrutsi durante le arature meccaniche per le coltivazioni a grano, volute dal regime fascista durante l’autarchia.

Al suci piedi sgorga l’Anapo, un fiume dal nome paradossale che in greco significa “invisibile”, perché scompare sottoterra, forse per l’usuale scarsità d’acqua. Ma questa riesce comunque ad alimentare una rigogliosa vegetazione lungo un vallone calcareo, ove alcune pareti verticali sono traforate da varie necropoli antichissime. Nel secolo scorso era percorso da una ferrovia a scartamento ridotto che collegava Siracusa con l’entroterra. Dismessa, vi è stato realizzato di recente un interessantissimo itinerario ciclopedonale.

Ha pareti di rocce bianche dall’aspetto polveroso, talvolta tenere e simil alla pietra che era stata utilizzata, dopo l’antico e devastante terremoto, come materiale per la ricostruzione delle famose architetture tardo barocche di Noto. Tra questi mondi in bianco e nero, tra acqua e fuoco si ritrovano altri punti di commistione: talvoita la lava eruttata si consolidava velocemente in mare e il repentino ralfreddamento determinava forme a “cuscini” o con strutture concentriche a cipolla, che avevo visto prima solo sui libri.

Questa convivenza tra mare e vulcani ha dato luogo in Sicilia ad altri fenomeni curiosi. Nel 1831, lo scontro tra le placche africana ed euroasiatica, tra la cause indirette dell’intensa attività vulcanica che ancora permane, ha innescato addirittura la formazione di un isola chiamata “Ferdinandea”, in onore dell’allora re borbonico, e un’accesa lotta per il suo possesso tra le potenze dell’epoca. Lisola non era altro che la sommità di un vulcano sottomarino, sollevatasi di qualche decina di metri sul livello marino. Poi Fazione erosiva marina aveva avuto ben presto la meglio ed ora si trova poco sotto il pelo dell’acqua.

In questo mondo fantastico, ho nuotato in un mare ancora sapido di sale greco, letto la storia nelle pietre, cercando di convincere i pa-rent che uno strano sasso, conservato a casa, era il fossile di riccio di mare, ho raccolto grappoli d’uva dai vigneti abbandonati, tentando poi di produrre del vino. Purtroppo, molto di quel mondo è orami solo memoria mentre i vento continua a smuovere indifferente i cardi del M. Lauro.

Riccardo Ravalli

Tratto da Konrad n. 185 di aprile 2013

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