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Dall’archivio di Konrad: Autoritratti: riflessi di pittura

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Scopo di questa recensione è far conoscere molti artisti triestini – se non di nascita, di adozione – in un particolare segmento artistico specifico che è quello dell’autoritratto.

Questa storia ha inizio negli anni venti quando un uomo rinuncia al suo sogno di diventare uno scultore ed apre una trattoria in via del Toro: il luogo vibra di energia creativa e diventa il fulcro di incontri artistici nella Trieste toccata dal venti della piena ripresa del dopoguerra.

Lo scultore inizia una raccolta di opere, spesso in cambio di pasti consumati nella sua trattoria. Cresce il suo interesse per il ritratto, per l’immagine dipinta che si riflette in uno specchio e inizia in questo modo una collezione molto particolare, quella dell’autoritratto.

Storia vuole e racconta che un uomo amante della cultura e dell’arte doni al museo della sua città questa splendida raccolta venuta in suo possesso e, grazie a lui e alle seguenti donazioni della sua famiglia, sia dato anche a noi vedere quello che avrebbe potuto essere solo privato e non visibile a chiunque ami l’arte.

Questi due uomini a cui dobbiamo la conoscenza dei visi e dei tratti di pittori triestini sono rispettivamente Luigi Devetti e Roberto Hausbrandt.

L’autoritratto è una visione introspettiva della propria persona, un profilo che si offre al mondo che si ritrova giudice involontario dell’artista che offre il suo intimo al di fuori del proprio universo, un esternazione non solo dell’opera stessa ma anche del segreti celati nella propria anima.

Mostra che di primo acchito potrebbe sembrare monotematica ma in realtà cela nel suo intimo segreti piaceri. Ogni opera rappresenta il proprio tempo con le proprie tecniche e rispecchia il modo di dipingere di ogni artista esposto: ogni dettaglio, ogni pennellata, ogni tratto con cui il colore viene steso richiama il modus operandi del pittore stesso.

L’esposizione inizia al piano terra con alcune opere degli artisti presenti al piano superiore: nomi come Barison, Bidoli, Noulian e Wostry, ci introducono a quello che sarà il cuore della mostra al secondo piano.

Secondo piano che ci accoglie con opere degli anni compresi tra Il 1950 e il 1970, tra dipinti con colori sgargianti inframmezzati da quadri dove le tinte scure padroneggiano le tele in opere che lasciano intravedere personalità distinte.

Il fondo scuro dona vita propria al colori accesi del viso di Giorgio Celiberti mentre i toni marroni e gialli di Adolfo Levier si intersecano con i verdi e blu in una spirale indistinta che accenna il volto di Edoardo Devetta e accompagnano le tonalità arlecchinesche di Nino Perizi. Spicca in tutta la sua bellezza l’autoritratto di Leonor Fini, permeato di una dolce atmosfera di immobile eternità.

La visita prosegue negli anni 20-30 tra matite e carboncini dove Giacomo Covacich, Giovanni Giordani, Edmondo Passauro, Nino Poliaghi, Arturo Rietti, Lucas Santo e Sergio Sergi sono alcuni nomi che hanno delineato i loro visi con tratti eterei sfumati o sottolineati dal tratto deciso della matita. Abbandonate le sfumature del carboncino, l’occhio viene colto da un’immagine particolare sospesa in una dimensione immobile di antico misto a spirituale. E’ l’asceta di Arturo Nathan.

Ma sicuramente non è l’unica figura che colpisce. Il bellissimo doppio autoritratto del grande Cesare Sofianopulo di pone davanti allo scorrere inesorabile del tempo, accompagnato da un accenno di sorriso ironico e beffardo quasi a ricordarci che nulla possiamo contro il cambiamento ineluttabile.

Donato recentemente dalla famiglia Hausbrandt, fa bella mostra di sé un magnifico bronzo di Mascherini, Eva, soddisfatta della mela che regge nella mano destra e densa di vibrante femminilità nelle sue morbide curve, tanto lontane dal nostro scheletrico status di bellezza odierno.

Cesare Cuccoli, Stultus Dyalma, Piero, Marussig, Gino Parin, Carlo Sbisa, Osvaldo Pickel, Eugenio Scomparini, Maddalena Springer, Vito Timmel, Carlo Wostry. Visi che scorrono e pretendono di essere guardati, alla ricerca di un posto nel mondo che fu.

La mostra occupa una sezione del Museo Revoltella ed è stata prorogata fino al 1 maggio 2011.

Adriana De Caro

Tratto da Konrad n. 165 di aprile 2011

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