Le tecnologie: reattori di terza generazione e modulari di quarta generazione (SMR)
I reattori nucleari di terza generazione, del tutto analoghi a quelli di seconda (tipo quello di Krško), presentano alcuni miglioramenti per ciò che concerne la sicurezza. Sono di “terza” gli EPR francesi, prediletti dai nuclearisti nostrani. Peccato che tempi e costi di tutti gli EPR realizzati finora siano sfuggiti ad ogni controllo, sia in Francia (Flamanville), sia in Finlandia (Olkiluoto), sia nel Regno Unito (Hinkley Point), con ritardi medi di un decennio e oltre rispetto ai tempi preventivati e costi di costruzione più che quadruplicati.
Interessante il caso di Flamanville. Il nuovo reattore EPR è stato connesso alla rete elettrica poco prima di Natale, con “solo” 12 (dodici) anni di ritardo sui tempi previsti. Si tratta però di una connessione a scopo di prova: dovranno essere effettuati infatti una serie di test, e solo dopo l’esito positivo di questi, l’impianto potrà entrare in esercizio commerciale, verso la fine del 2026… Intanto il costo complessivo ha raggiunto i 19,9 miliardi di Euro (contro i 3,3 stimati nel 2007) e l’elettricità generata costerà tra i 110 e i 120 Euro/Mwh, contro i 46 stimati inizialmente da EDF. Un affarone, non c’è che dire.
C’è però chi spinge per la cosiddetta quarta generazione degli Small Modular Reactors (SMR), che promettevano costi ridotti grazie alla costruzione in serie (in fondo si tratta di adattare ad usi civili gli stessi reattori utilizzati per la propulsione dei sottomarini nucleari) e più facile localizzazione per le ridotte dimensioni e minori necessità di raffreddamento. Il guaio è che di questi SMR non ne esiste ancora uno… Non solo: le società create per realizzare i primi prototipi di SMR sono fallite (l’americana Nuscale) o hanno abbandonato l’impresa (la franco-italiana Nuward), per l’impossibilità di garantire costi e tempi competitivi e prevedibili per l’industrializzazione dei reattori.
Senza dimenticare che per gli SMR sussisterebbero le medesime criticità delle altre centrali: l’approvvigionamento di uranio, il suo arricchimento (la Francia è costretta a rivolgersi per questo… alla Russia!), lo smaltimento delle scorie radioattive e il fatto che i reattori diventano potenziali bersagli “paganti” in caso di conflitto.
Krško
Si discute da tempo, in Slovenia, sul futuro della centrale nucleare di Krško (696 MW di potenza, reattore PWR di Westinghouse, in servizio dal 1983). Sita in prossimità della Sava, le cui acque sono utilizzate per il raffreddamento dell’impianto, la centrale era stata progettata per una vita utile di 40 anni, ma in prossimità della scadenza il Piano Energetico della Slovenia ne decise la proroga per altri 20 anni, insieme all’affiancamento – e poi la sostituzione – con un nuovo reattore di potenza maggiore. Una recente revisione del Piano Energetico prevede però di prorogare di ulteriori 20 anni la vita della centrale, cioè fino al 2063 (!).
L’impianto di Krško, in comproprietà tra le aziende elettriche pubbliche di Slovenia e Croazia, è da decenni contestato dagli ambientalisti sloveni, italiani e austriaci, per i potenziali rischi da fall out radioattivo, in caso di incidente, anche per i Paesi confinanti (dista solo 136 km in linea d’aria da Trieste). Oltre tutto la centrale sorge in un’area altamente sismica, ma la pericolosità sismica del sito è stata sempre negata dai competenti organi sloveni, malgrado le evidenze più volte confermate da esperti francesi, italiani ed austriaci.
Le principali forze politiche slovene sono peraltro favorevoli sia al mantenimento in servizio dell’attuale centrale, sia alla costruzione di un nuovo reattore nel medesimo sito.
A tale proposito era stato indetto un referendum consultivo per il 24 novembre 2024, anche perché tutti i sondaggi di opinione registravano una schiacciante maggioranza di favorevoli alla nuova centrale. Alla fine di ottobre, però, il Parlamento di Lubiana ha deciso a sorpresa di rinviare la consultazione a data da destinarsi. Motivazione: l’ambiguità del quesito referendario, sbilanciato verso un voto favorevole.

Hanno certo giocato a favore del rinvio le rivalità tra le forze di maggioranza e opposizione (pur favorevoli al nucleare), oltre ad alcune voci dissonanti all’interno del partito del premier Golob. E’ probabile però che abbiano pesato anche le perduranti incertezze su tipologia, tempi e costi di costruzione della centrale, nonché sul costo effettivo dell’elettricità prodotta. A tutt’oggi non è noto infatti quale modello di reattore (francese? coreano? russo?) si voglia realizzare, di quale potenza, in quali tempi e a quali costi.
Il nuovo Piano energetico sloveno ha così rinviato ogni decisione sul nuovo reattore di Krško a “dopo il 2028”. Nel frattempo ci saranno nuove elezioni e, verosimilmente, un nuovo governo…
Il can can politico-mediatico sul nucleare in Italia
Specie dopo la vittoria delle destre alle politiche del 2022, è in atto in Italia un battage propagandistico per il “ritorno al nucleare”.
Vi si dedicano molti politici dell’area governativa, specie della Lega, ma anche esterni alla maggioranza, come Carlo Calenda. Molto attiva nella propaganda pro nucleare Confindustria, il cui neopresidente Emanuele Orsini ha dato la disponibilità a piazzare i reattori all’interno delle aziende (“ve li troviamo noi i posti”). Orsini ha in mente gli SMR, per i quali il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Pichetto Fratin, ha già annunciato un disegno di legge che conterrà norme per la localizzazione degli impianti ma anche – ça va sans dire… – gli opportuni incentivi a carico dello Stato.
Il tutto accompagnato da una campagna di fakes, volta a denigrare le fonti rinnovabili, accusate di “consumare suolo” (il fotovoltaico a terra), di “distruggere il paesaggio” e di “colonizzare i territori” (l’eolico, specie in Sardegna).
Anche in Friuli Venezia Giulia abbondano i nuclearisti ai vertici: il presidente Fedriga, com’è ovvio, ed il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti. Complice il sistema mediatico locale, entrambi “surfano” nelle dichiarazioni tra nucleare di terza e quarta generazione, aggiungendo qualche riferimento alla fusione nucleare – che ci sia ognun lo dice, ove (e quando, e se) sia, niun lo sa … – perché tutto fa brodo, ormai.
Sempre ovviamente senza il benché minimo approfondimento, men che meno su costi, tempi ed impatti delle tecnologie. E poi gli “ideologici” sarebbero gli ambientalisti…
Ultimo, per ora, atto del can can politico-mediatico, la proposta di legge di iniziativa popolare, lanciata alla fine dello scorso ottobre da Azione e Fondazione Luigi Einaudi, mirata a promuovere la costruzione di reattori di terza generazione (v. sopra), senza escludere altre tecnologie “quando commercialmente disponibili”. Il quorum minimo di 50 mila firme è stato rapidamente raggiunto e superato.
Dario Predonzan