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Incrociare i volti

di Franco Delben

Incrociare i volti

L’esperienza di don Paolo ad Aquilinia e la paura dello straniero

I responsabili degli uffici di settori delicati dell’amministrazione pubblica vengono trasferiti di sede con una certa periodicità, per evitare l’instaurarsi di rapporti privilegiati e potenzialmente clientelari.

I preti non sono funzionari e anche se (in particolare ai parroci) dal Concordato in poi svolgono compiti civili e amministrativi, il loro radicamento in una comunità locale è positivo e deve essere incoraggiato.

Eppure in qualche diocesi preti e parroci vengono spostati con facilità. Ma lo Spirito soffia dove vuole e sa creare positività anche da situazioni non ottimali.

Trasferito da una parrocchia cittadina a quella periferica di Aquilinia, località fra Trieste e Muggia, don Paolo si è subito reso utile sotto il profilo sociale. La Prefettura gli ha chiesto di ospitare temporaneamente una ventina di rifugiati e lui, in accordo con la Caritas diocesana e l’ICS e sostenuto dalla Sindaca di Muggia, ha proposto l’accoglienza dei profughi richiedenti asilo politico nella ex casa delle suore, inutilizzata da anni, una struttura decorosa e adatta allo scopo. Apriti cielo! Troppo vicino alla scuola e alla palestra, chi proteggerà i nostri bambini, che gente sarà, chi garantirà la nostra sicurezza, striscioni con la scritta “Non vi vogliamo”… Certo, la paura per il nuovo è un sentimento naturale. Ma la litania è fomentata e cavalcata dai soliti noti.

Don Paolo non si è scoraggiato. “L’unica strada (per superare le diffidenze) è “incrociare i volti”, ripete spesso. 

Incontrare le persone e conoscere le loro storie di abusi e violenze subiti fa capire che quelli che ti stanno davanti non sono numeri.

Con la Sindaca di Muggia e la Prefetta, don Paolo sta cercando di spiegare alla comunità civile che l’accoglienza non è solo un obbligo costituzionale ed un imperativo etico, ma anche un grande potenziale di crescita per tutti. Così, a poco a poco e con pazienza, la sollevazione sta perdendo vigore. In occasione di un incontro con riprese televisive, che ha visto poche decine di manifestanti, l’operatore della RAI regionale si è chiesto: “È la protesta a richiamare le telecamere, o sono le telecamere a richiamare la protesta?”.

Ma usciamo da Aquilinia. Il settimanale cattolico locale afferma che con “troppi immigrati, la nostra società non sarà più la stessa”. Vero. Ma siamo sicuri che cambierà in peggio?

Si potrebbe ricordare che a Trieste la forte immigrazione del XVIII secolo ebbe come effetto una crescita economica e culturale forse irripetibile. Comunque, siamo proprio sicuri di vivere in una società ideale che l’uomo venuto da lontano può solo peggiorare? Siamo una democrazia, abbiamo la più bella Costituzione del mondo, siamo (in teoria) la patria del diritto, ma i poveri aumentano di numero e diventano sempre più poveri, mentre i già ricchi tendono ad esserlo ancora di più. Abbiamo una burocrazia da mentecatti; pochi politici sanno agire in modo assennato e disinteressato; stiamo distruggendo la terra…E temiamo che lo straniero ci cambi?

Si dice: “Se vengono qui, rispettino le nostre leggi”. Teoria giusta. Ma ecco una storia vera.

Ad un semaforo, che segna rosso per i pedoni, attendono un uomo dalla pelle nera e la sua bambina. Accanto, attendono pazienti una donna orientale e il suo bambino. Arrivo io, uomo bianco e locale. Non ho alcuna fretta ma, vedendo che non arrivano automobili, attraverso. Dopo qualche passo sull’altro marciapiede mi sento in colpa, ma ormai la frittata del cattivo esempio è fatta.

Una persona, anche se viene lontano e porta con sé linguaggi e culture diversi dai nostri, può essere più ricca di chi la guarda con sospetto e malcelata superiorità. Cerchiamo di capirlo, finalmente. Non per un buonismo, ma per salvarci da noi stessi.

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