Alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Giornate degli Autori, c’era Laguna, il nuovo film di Sharunas Bartas. Sembra che accada poco in quest’opera intensa e difficilissima, o forse semplicemente il fatto è che il film inizia quando il peggio è già accaduto: la morte improvvisa della figlia maggiore del regista lituano, Ina Marija.
Il film si apre proprio con le immagini in bianco e nero della giovane e bellissima Ina. Così rappresentata, la ragazza appare come un ricordo fragile, caduco: non apparirà per tutto il resto del film, pur rimanendo il fulcro della sua narrazione. E proprio questo ricordo in assenza, rappresentato in bianco e nero, contrasta con la forza umida e viscerale dei vivi colori che seguiranno: il verde fitto della giungla, il rosso del fuoco che illumina le notti piene di grilli, il blu intenso delle acque del Pacifico. È un contrasto netto, che dà inizio al film segnando il passaggio tra il mondo perduto e quello che resta da affrontare.
Accanto a Bartas c’è la figlia minore Una, dieci anni. I due vivono senza fretta e apparentemente affatto dispersi i luoghi selvaggi e incontaminati tanto amati dalla scomparsa Ina. Camminano, parlano, prendono la barca, siedono davanti al fuoco nella lunga e più straziante scena del film, in cui le lacrime — del padre e della bambina — scorrono in silenzio. È forse questo il momento culminante della pellicola in cui il dolore non filtrato è reso pura immagine. Il lutto, così, non può che diventare esperienza condivisa e inevitabile anche per lo spettatore.
Oltre che un diario intimo, Laguna è anche un film profondamente ecologico. La natura non fa da sfondo, ma diventa specchio e si trasforma in interlocutrice. Le mangrovie — intricate e protettive, tanto amate da Ina — si ergono e intrecciano come simbolo di resilienza: offrono riparo agli animali, proteggono i villaggi dalle inondazioni. Le bellissime tartarughe, pesanti e maestose, sono protagoniste di due momenti cruciali del film: prima nella lentezza rituale della cova, e poi nel gesto liberatorio con cui la piccola Una accompagna una tartarughina appena nata verso le onde. Sono immagini di sacrificio materno e di rinascita: frammenti di speranza che emergono da un paesaggio altrimenti devastato dagli uragani.
Anche le comunità locali incarnano questa armonia fragile. La morte di un’anziana del villaggio, accompagnata dal canto struggente alla sua tomba dall’amato nipote, e poi la leggerezza innocente del bambino che gioca con Una diventano simboli di un ciclo naturale di vita e di morte, di tristezza e di gioia: un ciclo che non si interrompe e dove la perdita e la continuità si intrecciano in un ciclo ineluttabile e naturale.
Bartas, autore già noto per un cinema cupo e contemplativo (Peace to Us in Our Dreams, Back to the Family), trasforma qui il proprio dolore in un rituale cinematografico. La linea che separa vita privata e opera d’arte si assottiglia fino a sparire: ciò che vediamo è il tentativo di un padre di sopravvivere al “dopo”, trovando nella natura – e nella cinepresa che tenta di afferrarla – l’unico spazio capace di accogliere e trasformare il lutto.
Laguna, in arrivo in sala, non è certo un film per tutti. Questa pellicola chiede lentezza, silenzio, apertura. Ma è tuttavia un’opera necessaria, che ci ricorda quanto il destino umano sia inseparabile da quello della natura. E che, dentro il respiro della foresta e al suono delle onde del mare, dolore e vita possono ancora convivere.
Irene Tartaglia