“Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare”
In questo dire di Winston Churchill sembra esserci la contraddizione e interesse che ha sempre accompagnato il mondo dell’ipnosi.
“Cambiare” è un termine con il quale l’uomo si è da sempre confrontato, eppure oggi esso ha una nuova valenza in virtù di una tecnologia che va a mille, un mutato sistema di valori sociali e un più libertino sistema morale. Nella nostra società, dove ogni giorno crolla un tabù , mi piace far notare come anche nel campo dell’aiuto psicologico sia crollato il mistero che da sempre aveva accompagnato il modello terapeutico ipnotico. Solo grazie all impegno costante e diretto verso studi sempre più rigorosi e qualificati si è riusciti ad alleggerire la zavorra che questo approccio si portava addosso, zavorra fatta di luoghi comuni, diffidenza e pratiche ritenute magiche e misteriose. Potremmo dire che il lavoro di pulizia sarà concluso quando l’approccio ipnotico sarà collocato a fianco dell’uomo, quale soluzione per ai suoi bisogni non solo psicologici ma anche psico-fisiclogici, perché ormai non può più essere ignorata questa stretta correlazione.
Cosa succede quando si va in trance?
Tranquili, non c’è alcuna perdita di controllo, non si è alla mercé di nessun’altra persona, piuttosto si diventa disponibili a cercare in se stessi e ritrovarsi con nuove opportunità, tutto questo grazie ai miracoli che riesce a fare il nostro sistema nervoso. Miracoli oggi misurabili attraverso tecniche di neuroimaging come la “MRI” (Functional Magnetic Resonance Imaging), capace di valutare la funzionalità di un organo durante un trattamento ipnotico, o i “BIS Index’ (Bispectral index) un indice, derivato dal segnale elettroencefalografico (EEG), numericamente elaborato e clinicamente validato, che nel 1966 è stato riconosciuto dalla FDA (Food and Drug Administration) come un sostanziale aiuto nel monitoraggio del livello di coscienza e dunque dell’effetto ipnotico degli anestetici.
L’ipnosi è in grado di modulare la bilancia tra il tono del sistema nervoso ortosimpatico e quelo parasimpatico, riducendo il primo e incrementando i secondo; questo vuol dire che effetti fisici sono conseguenti ad un’attività nervosa o, più semplicemente, che attraverso l’ipnosi è possibile ottenere delle modificazioni nel corpo. Naturalmente esiste una soggettiva suscettibilità ipnotica, che regola i vantaggi derivanti da questa pratica, vantaggi quali la riduzione della pressione arteriosa o la modulazione del riflesso nocicetivo, che definisce l’intensità della percezione dolorosa.
Oggi parlare di ipnosi vuol dire parlare di Milton Erickson (1901-1980)!
E stato lui a ricombinare i molteplici effetti ipnotici con quella varietà genetica e ambientale che rende ogni essere umano unico. Ecco allora l’importanza del rapporto tra ipnotista e cliente, l’attenzione all’utilizzazione di tutto ciò che contempla la relazione e i suoi effetti, Squaw Peak orto botanico di Phoenix di Phoenix il tailoring quale costruzione di un modello a misura del cliente. M. Erickson integrava nel suo lavoro tutto ciò che faceva parte della realtà disponibile a cominciare dala sua casa-studio, da sua mogie, dai suoi figli, dagi animali e dale piante, che teneva in casa e fino all’orto botanico di Phoenix o lo Squaw Peak.
Il panorama scientifico che si muove oggi attorno all’approccio ipnotico contempla esclusivamente questo modello, e non é un caso che esso sia in linea con linfluenza che esercita l’ambiente nella costruzione della personalità di ogni individuo. Molti sono gli aneddoti e le curiose prescrizioni che l’eclettico M. Erickson utilizzava nei suoi intervent terapeutici. La figlia Betty Alice ne ha fatto una raccolta nel suo ultimo volume pubblicato, dal titolo “Milton Erickson un guaritore americano”. Va sottolineato che lei, tra i suoi numerosi figli, è quella che meglio incarna il modello del padre. Betty Alice Erickson accompagnava spesso il padre e, nei casi difficii, in cui il paziente mostrava una scarsa fiducia ad entrare in trance, Milton Erickson utilizzava proprio la figlia, particolarmente abile nell’entrare rapidamente in “trance sonnambulca”, per avviare il lavoro terapeutico.
Parlare di ipnosi eriksoniana quale modello terapeutico vuol dire prendere le distanze dal tutto e dal di più che oggi si cerca di far passare come equivalente.
Infine, non si può non ricordare un pioniere della psicologia sperimentale ipnotica, i triestino Vittorio Benussi (1878-1927), molto ingiustamente dimenticato, che agli inizi del ‘900, con strumenti, spesso, da lui inventati e costruiti, sperimentava con l’ipnosi ciò che oggi le neuroscienze stanno evidenziando.
Personalmente credo sia doveroso, in futuro, dare un tributo a questo gigante di casa nostra e di casa europea, perché come recita un Anonimo: “Non puoi scoprire nuovi oceani fino a quando non hai il coraggio di perdere di vista la spiaggia”.
Francesco Strano
Tratto da Konrad n. 175 di aprile 2012
