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Raccontando… Alice Munro

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Il cowboy della Walker Brothers di Alice Munro – da Danza delle ombre felici

 

Che Alice Munro sia una grande scrittrice non lo dico certo io (l’accademia del Nobel lo ha sancito nel 2013), ma questo conferma la mia convinzione che, al di là dei gusti personali, in arte esista un’oggettività, fatta di contenuti ma ancor più di forma. E che si può provare ad analizzare, per cercare di restituire la perfezione di cesello di un’autrice meravigliosa, la raffinatezza estrema dei suoi movimenti di penna.

Il cowboy della Walker Brothers è, per dire, un prodigio di equilibrio tra il detto e il non detto. Un equilibrio necessario, probabilmente, visto che il punto di vista è quello di una bambina (cui non sono certo concesse riflessioni eccessivamente marcate) ma non per questo scontato, visto che solo la grande scrittura può permettersi tali risultati.

La bambina di cui si tratta è la figlia di Ben, un rappresentante di prodotti per la ditta Walker Brothers di cui al titolo. Un giorno l’uomo decide di portare con sé in uno dei suoi viaggi di lavoro i due figli, liberando con i clienti e le situazioni il suo lato scherzoso, estroverso e che invece, a casa, è costretto a inibire a fronte della seriosità della moglie, madre dei due bambini (meriterebbe un pezzo a sé il modo in cui Munro tratteggia la madre, ma andiamo avanti). Al termine del suo giro, Ben fa una deviazione, esce dalla sua zona di competenza e si ritrova a casa di Nora, una vecchia amica non più vista da molto tempo con la quale, assieme ai figli, trascorre il restante pomeriggio. E sarà un pomeriggio allegro, fatto di balli, divertimento, spensieratezza, con il padre che «beve whisky e parla di persone di cui non ho mai sentito i nomi prima» (non mi stancherò mai di meravigliarmi della capacità di simili inserti di spalancare ipotesi di memoria ma anche di prospettiva con la pura forza della semplicità: la figlia vede per la prima volta il padre bere – che tipo è davvero quest’uomo? – lo sente parlare di cose mai sentite prima – cosa c’è nel suo passato che non è mai stato raccontato? – la figlia non sa nascondere il suo divertito stupore – cosa può riservarle il futuro con un padre così?).

Il punto di vista, come detto, è quello di un personaggio estraneo a quelle che possono essere state le dinamiche passate tra Ben e Nora, un personaggio che, oltretutto, non può nemmeno concedersi divagazioni o interpretazioni “adulte” su quelle che sono le dinamiche attuali tra i due. Limitandosi a registrare ciò che succede e fornire a chi legge, in quest’unico modo, elementi da cui ricavare interpretazioni e significati di quanto viene descritto.

È, questo con Nora, il tipo di vita che Ben avrebbe potuto/voluto vivere se avesse fatto altre scelte? Si è recato dalla vecchia amica con i figli proprio per provare a ricreare un’ipotetica giornata in una famiglia diversa? Solo interpretazioni e suggestioni, si è detto, ma ciò che conta è l’atmosfera, suadente, che Munro riesce a costruire davanti agli occhi della narratrice bambina, spogliandola da elementi nostalgici che, pur potendo appartenere al padre, non possono certo far parte del mondo, ancora troppo giovane, della bambina. Il racconto, dunque, è interamente giocato su ciò che i personaggi fanno e, soprattutto, sui dialoghi, trattenuti e secchi, capaci in modo stregonesco di tagliare la superficie della convenzionalità sì da aprirla su ipotesi altre. Come quando il padre chiede ai figli «Non andate fuori a giocare?», o quando, al momento del commiato Ben e Nora si scambiano battute come queste «Ti abbiamo fatto perdere un mucchio di tempo.» «Tempo, – ripete lei amara. – Tornerai a trovarci?».

Niente succede, dunque, ancora una volta, ma molto sarebbe potuto accadere e in questo spazio neutro fatto di banalità, gesti semplici e silenzi si nasconde il talento speciale di una scrittrice che sa dare corpo a un mondo semplicemente tenendolo in sospeso. Concedendosi, giusto prima della fine, solo un’unica immagine evocativa che pone negli occhi della bambina. Un’immagine (andate a incontrarla, lasciatevene sedurre) che va forse a esplicitare quanto già costruito con il non detto, ma la cui forza, a quel punto, è talmente potente e suggestiva da diventare necessaria. Ammantando di lirismo un racconto in sé asciuttissimo e senza sbavature.

Non so se Alice Munro sia la più grande scrittrice vivente. Per adesso mi basta averne il dubbio e una buona scorta di suoi racconti ancora da leggere.

Ivan Zampar

Le altre recensioni della rubrica Raccontando… le trovate a questo link.

In Copertina: Foto di Fabio Gon, E se…

Alice Munro: “Il cowboy della Walker Brothers”, tratto da “Danza delle ombre felici” – Super ET Einaudi, 2015, traduzione di Susanna Basso, 248 pagg.

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