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Raccontando… Flannery O’Connor

Un cerchio nel fuoco di Flannery O’Connor – da Un brav’uomo è difficile da trovare

 

L’efficacia di un racconto la si può cogliere (anche) esaminandone l’essenzialità, la sua capacità, cioè, di utilizzare solo e soltanto le parole giuste riempendole del giusto significato nei giusti tempi.

Un cerchio nel fuoco di Flannery O’Connor rappresenta un perfetto esempio di questa misura. Inizia con gesti e parole apparentemente insignificanti: Mrs Cope che toglie erbacce dal suo orto, sua figlia che guarda da una finestra, una linea di alberi che si staglia contro il cielo ponendosi quasi come una fortezza contro il mondo, Mrs Pritchard che spettegola sulle disgrazie altrui. Ma niente, come detto, è messo lì per caso, e la tensione narrativa che è in grado di dispiegare O’Connor in questo racconto di inusitata potenza parte già da qui, dalla semplicità, dalla superficie. Perché togliere le erbacce (gesto peraltro inutile: chiunque abbia un pezzo di terra lo sa bene) significa cercare di dare un ordine alle cose, l’osservazione è l’atto passivo di chi non sa, non vuole intervenire, le fortezze sono fatte per essere violate e i discorsi di Mrs Pritchard sono l’altra metà di un sistema di pensiero che, unitamente a quello di Mrs Cope, vede e ammette i problemi, ma a essi si arrenderebbe se un giorno dovessero arrivare “tutti insieme”.

Quel giorno, del resto, arriva, e la superficie piatta della ruralità e dei sani valori americani si crepa, lasciando fuoriuscire dalle spaccature i mostri che O’Connor, implacabile, va a disvelare.

Giungono infatti alla fattoria di Mrs Cope tre ragazzini affamati e poveri, e questo ulteriore atto apparentemente innocuo è l’avvio di una progressione drammatica feroce, che si innesta e dà vita a un’indemoniata danza di significati, funzioni narrative, simbologie. La vicenda si sviluppa attraverso gli sguardi della la figlia di Mrs Cope dalla sua finestra, i discorsi carichi di sottotesti dei bambini («Ricordo tutto di questo posto» dirà uno di loro che si scoprirà essere il figlio di un uomo che una volta lavorava nella tenuta di Mrs Cope, «I suoi boschi!» commenterà un altro dei ragazzini all’esortazione di Mrs Cope di andare ad accamparsi nei boschi di sua proprietà attorno alla tenuta) e i timori delle donne («Temo che non possiate ugualmente passare la notte qui», ripeté lei, come rivolgendosi educatamente a un gangster).
I richiami e i rimandi tra le varie parti sono continui, costanti, implacabili (l’idea dello sguardo, l’utilizzo di parole legate al fuoco «il sole bruciava… fiammeggiante…», l’erbaccia da togliere, il ringraziamento a Dio) e niente, nessuno stralcio di dialogo, nessuna situazione minima si perde, tutto torna, tutto ha significato, tutto avvinghia gli occhi di chi legge soffocando, impedendo tregue.

I segnali di uno stile e di una tecnica prorompenti sono molteplici: le due donne (Mrs Cope e Mrs Pritchard) e con loro la bambina, sono, oltre a personaggi vividissimi, anche funzioni narrative che catalizzano la drammaticità del racconto, le due metà della medesima coscienza mentre la bambina, osservatrice assieme al lettore, è portatrice delle istanze del primo, del suo bisogno di dire, a un certo punto: agite! Fate qualcosa! Eppure non può agire (la bambina), le viene impedito, deve rimanere passiva. Lei che vorrebbe, lei che, al pari dei tre ragazzini, può essere l’unico soggetto attivo. Gli adulti, invece, aspettano, gli adulti pensano, soverchiati dai valori sotto i quali si sono sepolti, incapaci di vedere lo sfacelo di un apparato sociale e culturale che presto li travolgerà.

Sempre pressanti, asfissianti le istanze religiose, una religiosità eccessiva, malata ma che dà le coordinate all’agire dei protagonisti. Al punto che non sarà la grande mano di Dio a sancire punizioni ed elargire giudizi, bensì la gretta azione degli uomini, in un finale perfetto che riprende l’inizio, e chiude la circolarità che già il titolo fa presagire.

Una scrittura, quella di Flannery O’Connor, che brucia, che «esplode in faccia a chi legge» – come sottolinea Joyce Carol Oates nella postfazione all’edizione di Minimun Fax – un’arte che travolge, non rassicurando né consolando, come forse dovrebbe sempre fare la grande letteratura.

Ivan Zampar

Le altre recensioni della rubrica Raccontando… le trovate a questo link.

 

In Copertina: Foto di Foto di Fabio Gon, Asfalto

Il libro: Flannery O’Connor: Un cerchio nel fuoco, tratto da Un brav’uomo è difficile da trovare – Minimum fax Classics 2021, postfazione di Joyce Carol Oates, traduzione di Gaja Cenciarelli, 283 pag.

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