«Mi sono chiesto a lungo che senso abbia, oggi, una mostra di fotografia.»
Questa è una delle frasi che mi ha colpita di più di FOTONI, la mostra di Ila Bêka al Magazzino delle Idee di Trieste.
L’esposizione, a cura di Barbara Casavecchia, raccoglie oltre 300 immagini selezionate da un archivio personale di circa 300.000 fotografie, costruito nell’arco di quarant’anni. Non è una retrospettiva tradizionale: le immagini non seguono un ordine cronologico e non raccontano una storia lineare. Sono accostate attraverso associazioni, ricordi ed emozioni.
Da un archivio sterminato emergono poco più di 300 foto. Le scelte esposte sono prive di alcune delle informazioni che normalmente accompagnano una fotografia: non ci sono luogo, data e titolo. Vengono così a mancare quei riferimenti che ci permettono di classificare immediatamente ciò che stiamo guardando. Il visitatore deve fare un passo indietro rispetto alla necessità di sapere. È un invito a «guardare guardando», concentrandosi su ciò che rimane davanti agli occhi: una luce, un’ombra, un corpo, un colore, un riflesso, una superficie.
Inoltre non sono protette dalla consueta combinazione di vetro e cornice. La carta è esposta: può dilatarsi, incresparsi, cambiare, scolorire. Il passaggio del pubblico, la presenza dei corpi, l’umidità e il trascorrere del tempo possono lasciare una traccia sulle immagini.
È come se l’esperienza dello spettatore non si limitasse a guardare l’opera, ma entrasse fisicamente nel suo processo di trasformazione.
I soggetti degli scatti sono vari: sono fotografie scattate in viaggio e frammenti della quotidianità, persone, animali, palazzi, paesaggi, volti e parti del corpo. Alcune immagini sono state realizzate con il cellulare, utilizzato dall’artista quasi come un diario visivo, uno strumento per annotare ciò che il suo sguardo incontra.
La luce
Uno dei due grandi nuclei della mostra è la luce. Bêka, appassionato di meccanica quantistica, sintetizza il rapporto tra percezione e realtà in una frase:
«Vedere significa tradurre i fotoni in esperienza.»
Buio, ombre, riflessi, sfumature, sfocature e contrasti diventano strumenti attraverso i quali la realtà viene modificata. In alcune immagini la luce sembra quasi cancellare ciò che abbiamo davanti, in altre lo rende improvvisamente visibile. Ci sono fotografie in cui le linee luminose trasformano gli spazi, riflessi che sembrano dare vita alle superfici e architetture che assumono forme quasi immaginarie.
Anche le immagini apparentemente più casuali acquistano così un nuovo significato. Uno sprazzo di luce, una persona incontrata per strada, un dettaglio del paesaggio o un riflesso possono diventare un’occasione per fermare un istante che, nella vita quotidiana, sarebbe probabilmente passato inosservato.
In alcune fotografie la luce colpisce le case attorno a sé in maniera così particolare da farle sembrare quasi costruite o ritoccate. L’effetto è straniante: qualcosa che appare casuale sembra improvvisamente artificiale.
Il corpo
L’altro grande tema di Fotoni è il corpo.
Corpi umani, animali, statue, oggetti, frammenti e figure spesso spezzate o incomplete attraversano le sale della mostra.
Qui il colore a differenza della sezione dedicata alla luce torna spesso con forza: colori accesi, scene comuni, persone mentre lavorano, viaggiano, nuotano o semplicemente attraversano uno spazio.
Ci sono operai, passeggeri sui mezzi pubblici, passanti, persone fotografate durante un funerale o impegnate nelle loro attività quotidiane.
Non sembrano esserci pose costruite. Sono momenti strappati al loro contesto, frammenti di vita osservati mentre accadono.
E proprio questa quotidianità produce una particolare vicinanza con chi guarda.
«Non sono interessato all’architettura in sé, ma al rapporto fisico e intimo che ogni corpo costruisce con lo spazio che lo circonda.»
Sono presenti anche due video presenti lungo il percorso espositivo.
Il primo, collocato nella parte iniziale della mostra, è costruito attraverso fotografie scattate con il cellulare. Un secondo video compare invece nella parte centrale del percorso e restituisce ancora una volta l’attenzione di Bêka per le persone, il movimento e ciò che accade nella quotidianità.
Dopo aver visto FOTONI la mente ci riporta alla domanda iniziale dunque: che senso ha, oggi, una mostra di fotografia?
Forse non quello di conservare semplicemente il passato. E nemmeno quello di mettere in fila fotografie belle o tecnicamente perfette.
In FOTONI la fotografia sembra avere un’altra possibilità: riattivare ciò che abbiamo visto e ciò che abbiamo vissuto attraverso lo sguardo di qualcun altro.
Le persone, i corpi, gli animali, gli oggetti, i paesaggi, i riflessi e le luci appartengono alla quotidianità. Sono frammenti che normalmente tendono a scomparire nella successione degli istanti.
La fotografia li ferma, ma non li rende necessariamente immobili per sempre. E li lascia disponibili a essere guardati di nuovo.
E forse è proprio questo il senso della mostra: ricordarci che vedere non significa soltanto ricevere un’immagine, ma trasformarla in esperienza.
«Tutti quegli istanti che nella vita quotidiana tendono a svanire, nella fotografia scompaiono un po’ di meno, perché conservano la possibilità di essere riattivati dalla luce.»
Giorgia Chiaro
FOTONI — Ila Bêka
Magazzino delle Idee, Trieste
27 giugno – 11 ottobre 2026
Organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia.
Orari: martedì–domenica, 10.00–19.00. Lunedì chiuso.
Biglietto: €8 intero, €5 ridotto.