Stiamo vivendo un’epoca di profondi cambiamenti che impattano sul mondo del lavoro, sulla scuola, sulle comunità. Viviamo più a lungo, utilizziamo tecnologie sempre più avanzate, e incontriamo persone con culture ed esperienze, differenti. Eppure, accanto alle nuove possibilità, crescono fragilità che riguardano la solitudine, l’isolamento, l’incertezza sul futuro, le difficoltà relazionali e il senso di appartenenza a una comunità.
Date queste premesse mi pongo e pongo al lettore due domande:
Che cosa significa oggi stare bene?
Cosa serve a una società per garantire il benessere delle persone che la abitano?
Forse, per rispondere, dobbiamo ripensare il welfare: non soltanto come insieme di servizi e prestazioni destinati a rispondere ai bisogni, ma anche come capacità di creare le condizioni per vivere meglio insieme.
Il benessere non è soltanto una questione materiale
Quando parliamo di welfare pensiamo generalmente alle pensioni, alla sanità, ai sostegni economici, ai servizi sociali, alle politiche per il lavoro e alle misure a favore delle famiglie. Nel mondo delle imprese, il welfare aziendale richiama spesso buoni acquisto, convenzioni, benefit e servizi destinati ai lavoratori.
Si tratta di strumenti importanti, che rispondono a bisogni reali e che non devono essere sottovalutati. Tuttavia, possiamo chiederci se siano sufficienti ad affrontare le fragilità della società contemporanea.
Tra le fragilità sociali troviamo l’invecchiamento della popolazione, le disuguaglianze territoriali, educative e nell’accesso alle cure, la solitudine e l’indebolimento dei legami comunitari. A queste si aggiungono le trasformazioni delle strutture familiari, la convivenza tra culture e sistemi di valori differenti e una conflittualità sempre più presente in diversi ambiti della vita collettiva.
Sul piano economico e lavorativo pesano invece la precarietà, la vulnerabilità economica che riguarda anche chi lavora, le difficoltà dei giovani nel costruire autonomia e progettualità, la conciliazione tra lavoro e vita personale e le trasformazioni legate all’intelligenza artificiale e alla robotica.
Una persona può ricevere un sostegno economico e continuare a sentirsi sola. Un lavoratore può beneficiare di servizi aziendali e vivere comunque un rapporto difficile con i colleghi o con il proprio responsabile. Un giovane può avere accesso a opportunità formative e faticare a immaginare il proprio futuro, a compiere scelte o a costruire la propria autonomia. Una persona che arriva nel nostro paese può ricevere sostegno economico e frequentare corsi di lingua, senza per questo riuscire automaticamente a costruire relazioni, sentirsi accolto e sviluppare un senso di appartenenza alla comunità.
Questo accade perché il benessere non dipende soltanto dalle risorse materiali disponibili. Dipende anche dalla possibilità di sentirsi parte di qualcosa, di costruire relazioni significative, di esprimere le proprie capacità e di attribuire un senso alle proprie esperienze.
Abbiamo bisogni materiali quindi ma anche immateriali: fiducia, rispetto, appartenenza, autenticità, riconoscimento, creatività, auto realizzazione; tanto per citarne alcuni. Il valore che gli individui attribuiscono a tali bisogni determina il modo di intendere l’ordine familiare e politico sociale.
Non tutti questi bisogni possono essere soddisfatti attraverso una prestazione o un contributo economico. Alcuni richiedono tempo, ascolto, responsabilità, rispetto e reciprocità.
Le relazioni sono una risorsa sociale
L’impresa, per esempio, non è soltanto un luogo in cui si produce e si lavora. È anche un contesto relazionale nel quale trascorriamo una parte significativa della nostra vita, sviluppiamo competenze, costruiamo legami e sperimentiamo appartenenza oppure isolamento, collaborazione oppure conflitto.
La qualità delle relazioni influenza il benessere delle persone e può incidere anche sul funzionamento dell’impresa, sulla motivazione, sulla collaborazione, sull’assenteismo e sulle condizioni di sicurezza.
Lo stesso principio lo possiamo estendere alle famiglie, alle scuole, alle associazioni, ai quartieri e alle comunità, alla nazione e alla comunità di nazioni. Un territorio non è soltanto uno spazio geografico: è anche l’insieme dei legami, delle opportunità di partecipazione e delle possibilità di collaborazione che riesce a offrire.
Possiamo quindi immaginare il benessere come possibilità di far fronte alle sfide quotidiane della vita ma anche come il risultato di connessioni tra persone, famiglie, lavoro, imprese, comunità, territorio e istituzioni.
Quando questi ambiti rimangono isolati, diventa più difficile affrontare problemi complessi. Quando invece riescono a dialogare e a collaborare, possono mettere in comune risorse e competenze che, da sole, non sarebbero sufficienti.
Da questa prospettiva, il welfare non dovrebbe limitarsi a intervenire quando emerge una difficoltà, ma contribuire anche a creare condizioni favorevoli alla partecipazione, alla collaborazione e alla prevenzione delle fragilità relazionali.
Da chi riceve a chi partecipa
Nel modello tradizionale del welfare possiamo riconoscere uno schema implicito: chi ha bisogno riceve, chi possiede risorse offre. Questo modello imposta la relazione in modo asimmetrico dove una parte viene identificata con il bisogno e l’altra come risorsa.
Il bisogno non esaurisce l’identità di una persona, così come la capacità di aiutare non appartiene soltanto a chi dispone di maggiori risorse. Un welfare fondato sulla reciprocità riconosce che ciascuno può ricevere e offrire, in momenti diversi e in modi differenti.
Una persona anziana può avere bisogno di assistenza, ma possedere esperienza, abilità, memorie preziose per la comunità. Un giovane può aver bisogno di sostegno economico e orientamento, ma portare competenze digitali, creatività e nuovi modi di affrontare i problemi. Un’impresa può avere necessità di personale qualificato e, allo stesso tempo, contribuire alla formazione, all’inclusione e alla creazione di opportunità.
Riconoscere questa reciprocità significa modificare il nostro modo di guardare alle persone: non soltanto come destinatarie di interventi, ma come soggetti capaci di contribuire alla vita collettiva.
Non si tratta di ridurre l’importanza dell’assistenza quanto piuttosto di affiancare alla protezione la possibilità di attivare risorse, rafforzare l’autonomia e creare occasioni di partecipazione.
Il welfare può così diventare anche uno spazio nel quale le persone recuperano un ruolo attivo, sperimentano le proprie capacità e scoprono di poter contribuire al benessere altrui.
Ripensare l’economia come cura della casa comune
Questa riflessione si collega anche a una questione più ampia, che riguarda il nostro modo di intendere l’economia.
Nel libro L’anima dell’economia e l’economia dell’anima (Edizioni Il Ciliegio, 2020) porto l’attenzione su questa frattura che ha caratterizzato la nostra cultura: la separazione tra ciò che consideriamo materiale — economia, lavoro, politica, finanza — e ciò che consideriamo interiore e spirituale, ovvero educazione, cultura, valori, principi. Ossia quanto attiene alla sfera educativa, etica, religiosa.
Ma questa separazione non è priva di conseguenze. Il modo in cui una persona pensa, sente e attribuisce valore alle persone e alle esperienze, influenza inevitabilmente anche il modo in cui lavora, consuma, produce, governa e si relaziona.
I bisogni immateriali — di riconoscimento, appartenenza, rispetto, fiducia e significato — non riguardano soltanto la sfera individuale. Quando restano insoddisfatti o non trovano spazi adeguati di espressione, possono contribuire a tensioni personali, relazionali e sociali.
Quale welfare vogliamo costruire?
La nostra società è più longeva, più tecnologica e più multiculturale rispetto al passato. Allo stesso tempo, è attraversata da solitudine, frammentazione, disuguaglianze e nuove forme di conflitto.
Di fronte a queste trasformazioni, forse è arrivato il momento di ampliare il nostro modo di pensare il welfare.
Un welfare capace non soltanto di proteggere, ma anche di attivare risorse. Non soltanto di assistere, ma di favorire l’autonomia. Non soltanto di rispondere ai bisogni individuali, ma di rafforzare i legami tra persone, imprese, comunità e istituzioni.
Per realizzare questa prospettiva servono politiche adeguate, risorse economiche, servizi accessibili e professionisti competenti. Ma serve anche una diversa attenzione al valore delle relazioni e alla responsabilità che ciascuno può assumere nella costruzione del benessere comune.
La domanda, allora, non è soltanto quanto siamo in grado di offrire a chi ha bisogno, ma anche quali condizioni possiamo creare affinché ciascuno possa riconoscere e mettere a disposizione le proprie risorse.
Una società sta meglio non solo quando riesce a rispondere alle difficoltà dei suoi membri, ma anche quando offre loro la possibilità di sentirsi parte di una comunità, contribuire alla sua crescita e costruire insieme il futuro.
Simonetta Marenzi