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Selvaggia

TRIESTE FILM FESTIVAL TRENTAQUATTRESIMA EDIZIONE – 2024
Selvaggia (Wild) di Nicolette Krebitz (Germania), 2016

Martedì 23 gennaio alle 18:00 al Teatro Miela è stato proiettato Wild (già presentato al Sundance e in altri festival internazionali, tra i quali quelli di Rotterdam, Göteborg e BFI di Londra), un film piacevolmente originale pur avendo una trama e un archetipo (il lupo e la donna-lupo) abbastanza sfruttato nel cinema e nella letteratura. Eppure, parte di questa dimensione archetipale è stata trattata con una prospettiva molto interessante: l’eliminazione dei risvolti psicologici, degli psicologismi frusti. In questo senso, a parte un’indicazione nel dialogo (in cui trapela che non ha mai conosciuto suo padre) e tre che si inferiscono nella trama (non si conosce niente della madre; la sorella è molto diversa da lei, più in linea con lo standard sociale occidentale diciamo; un collegamento tra la malattia e poi la morte del nonno con l’inselvatichimento patologico-esistenziale della protagonista) non c’è altro.

Ma veniamo alla trama: la giovane Ania scende da un bus e vede un lupo ai bordi di un bosco e ne rimane affascinata; si vede che ne ha paura ma allo stesso tempo sente di aver scoperto un legame, ne è misteriosamente e morbosamente attratta. Ecco, il film è un po’ il consolidamento di questo legame che si risolve alla fine con il sorriso della ragazza di fronte al sole: per raggiungere questa consapevolezza istintiva (che, a livello sociale e umano si può considerare patologica) cattura il lupo, lo porta nel suo appartamento, gli dà una stanza, lo nutre, si fa bella per lui, lo erotizza, lo tocca, si fa leccare… tutto questo con delle ovvie pesanti ripercussioni sul lavoro e suoi rapporti sociali.

La ribellione della ragazza però non è politica, è istintiva, quasi un ritornare anarchicamente a una zona che ha, o abbiamo, sopito.

Il film è bello perché è crudo, potente, non si risparmia su niente, sembra quasi avere un approccio documentaristico, di realtà: la sporcizia (par quasi di sentire la puzza dell’appartamento e di lei), la sessualità (nudità, mestruazione, eiaculazione, defecazione…) e il vicolo cieco in cui il suo istinto la porta sono, in ultima analisi, un inno alla libertà. Se questa libertà sia malata, se lo sia poco o tanto, il film non lo fa granché trasparire, per fortuna: l’inselvatichimento è l’unica via che sembra poter percorrere e viene spontaneo molto presto chiedersi quanto abbia sbagliato lei o quanto abbiamo sbagliato noi…

Una scena molto bella accade all’inizio, poco dopo il primo incontro con il lupo, quando la ragazza è a casa e si affaccia al balcone perché sente il vento, l’ululare del vento: non può far altro allora che ululare, una volta sola, prodromo di una libertà (patologica e istintuale) che si svilupperà prepotentemente dentro lei.

Una sola scena invece mina il realismo, la verosimiglianza: nonostante si possa pensare sia una ragazza, come dire, particolare (anche se all’inizio non sembra tale), quando decide di comprare della carne da dare al lupo, al supermercato chiede: Che cosa mangia un cane?
Infine, credo che più della metà degli spettatori abbia spontaneamente confrontato il film con Into the wild, i cui risvolti e le cui premesse sono differenti: in quest’ultimo si arriva alla natura per scappare dalla società umana in quanto portatrice di valori negativi. Wild invece è un arrivo alla natura per istinto, per riconoscimento – parzialmente distorto, nel suo caso – della propria natura, quella di ogni uomo, quella animale e anarchica. Insomma, in Wild non c’è un’azione politica, almeno non esplicitamente, in Into the wild sì.

Qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=UsHv8eUFIX4

Riccardo Redivo

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