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Società e Diritti

Cartolina da Parigi. Ritorno a scuola in stato di emergenza

CARTOLINA DA PARIGI di Elisa Spanu

La rentrée a scuola in stato di emergenza

Lunedì 5 settembre. C’est la rentrée! Si ritorna a scuola.

Ogni anno ad inizio settembre si compie in Francia uno dei riti collettivi più sentiti: il ritorno in massa ai banchi di scuola di milioni di studenti e scolari. Più che altrove questo evento è uno dei momenti cardine dell’anno. Festa, fonte di stress, un momento familiare e sociale che prende dimensioni faraoniche soprattutto se si pensa che la famiglia francese è spesso molto numerosa.

Ma quest’anno, il ritorno a scuola è stato un po’ diverso.

Il giorno precedente, migliaia di insegnanti dell’Éducation nationale hanno fatto la loro giornata di pré-rentrée. Prima di ogni discorso pedagogico e delle riunioni disciplinari per materia gli insegnanti  hanno dovuto assistere all’ennesimo richiamo sui “rischi del mestiere”che non concernono più la normale amministrazione scolastica, ma l’emergenza terroristica.

Il governo francese ha deciso, per la riapertura delle scuole, di fare uno sforzo finanziario importante per la sicurezza. Mezzi considerevoli verranno impiegati per prevenire il rischio di attentati nelle scuole e nelle università della République. 

In un paese che vive ormai da mesi in stato d’emergenza, la scuola diviene uno dei bersagli più delicati e la formazione di chi ci lavora è un punto chiave per far fronte al pericolo.

Le pattuglie di soldati davanti all’entrata, il “confino” degli studenti durante le ricreazioni (misura che  non permette più agli allievi della scuola superiore di uscire durante gli intervalli e che porta con sé il discutibile permesso di fumare nel cortile dell’istituto), l’abolizione dei parcheggi negli spazi contigui alle scuole, le restrizioni negli spostamenti delle scolaresche, l’impiego di riservisti per la sorveglianza, la sistematica denuncia di comportamenti sospetti (si è arrivati anche a chiedere agli insegnanti di storia di segnalare eventuali dichiarazioni di fanatismo nei temi di argomento storico all’esame di maturità) sono solo alcuni dei provvedimenti che, inaugurati una prima volta dopo i fatti del 7 gennaio 2015 (Charlie Hebdo) e proseguiti all’indomani della terribile sera del 13 novembre (Bataclan), continueranno a essere in opera anche quest’anno, dopo il massacro del 14 luglio a Nizza.

Con la differenza che le misure si intensificano. Docenti e discenti delle scuole francesi dovranno dedicare tempo a un’esercitazione mirata che simuli un possibile attacco terroristico: barricamento nelle classi, fuga, a piedi scalzi nei sotterranei, nei cortili, sui tetti… In più una formazione specifica permetterà a tutti, o quasi, di poter assicurare un primo soccorso ai feriti.

Oggi la scuola francese, cosciente di essere bersaglio possibile, e forse probabile, si concede uno sforzo di denaro e d’energia per essere pronta a fronteggiare la minaccia. E se nessuno ha cuore di rifiutare la protezione necessaria degli alunni dal pericolo terrorista, alcuni si domandano se la protezione e la sicurezza non dovrebbero iniziare altrove. Se insieme a tutti questi sforzi non sia opportuno dare alla scuola, e alla società francese,  più armi per difendersi: armi culturali, armi coscienziali, permettendole di formare veramente, in modo più adeguato e più giusto i cittadini di domani. 

È legittimo domandarsi se ancora una volta lo sforzo sulla sicurezza non sia che una faccia della reazione all’emergenza, il provvedimento più immediato ed evidente, anche il più “facile” da mettere in opera, ma non il solo da prevedere.

Perché se il denaro consacrato alla protezione e alla sicurezza significherà denaro sottratto alla scuola in termini di mezzi, di personale, di opportunità pedagogiche allora il danno potrà essere ingente, e l’emergenza continuare all’infinito.

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