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Dall’archivio di Konrad: IL FILM BORAT VISTO DAL KAZAKISTAN

Tempo di Lettura 4 Minuti

Nessuno di quelli che conosco ha mai visto il film, pare che la proiezione sia stata vietata

Mi chiamo Giulia e da poco sono tornata dal Kazakistan dove ho svolto uno stage presso una ONG che lavora per i diritti dell’infanzia. Sono appassionata di storia moderna dell’Asia Centrale e di diritti umani. Quando mi si è presentata l’occasione di andare ad Almaty per tre mesi, non ci ho pensato due volte. Vedere un paese di cui avevo sempre e solo letto è stato emozionante. Ho avuto l’occasione di vivere e interferire con la realtà del posto, entrare in contatto con persone con vite così diverse dalla mia. Del Kazakistan mi è piaciuta la tribù immensa e non mi aspettavo di trovare moschee, il grande mercato, la strada buia di sera, il mercato all’aperto sotto la neve e i bambini che aiutano la madre. Mi sono ritrovata a vivere un accordo di tolleranza, rispetto e accettazione dove le differenze si manifestano in modo trasparente ma non per questo facile da capire questa realtà complessa.  

La questione che mi è stata rivolta quasi sempre appena gli italiani scoprivano che ero in Kazakistan era su Borat e sulla convenzione del loro diversissimo immaginario rispetto alla vita che esiste lì. Ho una passione decisamente forte e mi è stato facile chiedere in ogni occasione ai nuovi amici e conoscenti se avessero visto il film. Nessuno di quelli che ho vissuto nei tre mesi, amici, nazionali, collaboratori, ha mai visto il film, pare che la proiezione sia stata vietata. E mentre gli italiani sanno tutto di Borat e del Kazakistan, i kazaki sanno tutto dell’Italia (Silvio Berlusconi, TETI, Romano Prodi, i Cugini di Campagna, Toto Cutugno, Mastroianni: sembrano tutti film e niente di Borat.  

Neanche se lo mostri Borat è quindi conoscibile, la prima impressione che ho avuto, la vita mi è sembrata molto più magra, la gente molto più riservata, la morale molto più inquisitiva di quanto si possa pensare quando si guardano i film; la difficoltà non sta tanto nella capacità di ironizzare su se stessi, ma in quella di lasciarsi andare all’autoironia. Ritengo che il tipico kazako figuri come un “popolo troppo fiero per ridere di sé”. Quasi un popolo chiuso, che invece si è rivelato, almeno nelle amicizie che ho stretto, molto più ospitale del previsto.

La tradizione vuole che al termine del matrimonio gli sposi portino gli invitati a mangiare frutta, verdura e dolci che si trovano nei grandi bazar. I mercati sono il perfetto esempio di ciò che succede in Kazakistan, dove le etnicità si mescolano tra sapori e bancarelle dell’Asia Centrale, dove tutto si può trovare, barattare e vendere, anche la dote. Ma le tradizioni sono sempre molto complicate, più che nascoste delle dote.

Moschea Centrale di Astana  

Bazar  

nella pagina seguente:

Cattedrale di Zhenkov  

Doni agli invitati alla fine del matrimonio  

Konrad marzo 2008

***

**KAZAKISTAN**

Borat in qualcosa quasi ci azzecca eppure non si tratta mai del vero Kazakistan. E questo conferma la mia impressione che il film si basi su un immaginario paese ridicolo e mi chiedo perché Cohen abbia scelto il Kazakistan. Tutte le sue gag sono costruite sui preconcetti che si hanno dei paesi poveri del Sud e dell’Est del mondo. È facile pensare che in certi paesi ci sia un alto tasso di prostituzione e di categorie sociali come gli omosessuali maltrattati, che ci sia una strana religione, che ci siano continui scontri tra gruppi nazionali diversi (non è forse facile che qualcuno ci dica: “Gli uzbeki, gli arabi e i russi sono sempre venuti ad approfondire la neve su Almaty”?), e visto la strada, sbarchi, bambini che giocano in quartieri quasi al buio e discriminazioni sono quasi costanti: il mito della sovieticità è stato sostituito da mille altre costrizioni sociali e anche se i motivi sono diversi le immagini rimangono comunque le stesse.

Questo mito viene alimentato dall’idea che l’Asia centrale sia un posto che nessuno conosce e quindi è facile riderne su. Ecco che magicamente allora il Kazakistan diventa il palcoscenico delle gag che mostra Cohen, basta riderci del kazako e degli armeni ecc. E così sia: ora che il Kazakistan esiste e fa molto ridere, proprio come ridere se lo si andasse a vedere. Se la gente è disinformata la colpa è di quelli come Cohen che decidono di inventare qualsiasi idiozia pur di far ridere.

Alcuni dicono che Borat almeno ha dato visibilità al Kazakistan. Il fatto che il Kazakistan sia ora sotto l’attenzione delle maggiori compagnie petrolifere per la sua ricchezza di giacimenti, che nel 2007 sia stata candidata alla presidenza dell’OSCE (Organisation for Security and Cooperation in Europe) per il 2010 e che sia un membro del SCO (Shanghai Cooperation Organisation) insieme con la Russia, la Cina, l’Uzbekistan, il Kyrgyzstan e il Tajikistan, non fa la ricchezza di diritti visibilità che il mondo su Borat si aspettava: nessuno ride, il Kazakistan è una grande nazione bella e misteriosa ma un candidato credibile alla presidenza dell’OSCE.

Quindi serve una bella sensatezza, una grande volontà di pensare insieme, una grande vittoria.

Il primo impatto è stato molto forte: ho avuto l’occasione di andare a conoscere alcuni gruppi di ragazzi uzbeki che collaborano tra loro e tra gruppi nazionali che con le potenze locali. È capitato di incontrare alcuni membri delle minoranze nazionali come ad esempio i Tupacchi, i Tartari, i Russi; alcuni ambienti sono molto più severi di altri.

La cosa che mi ha colpito è la grande tranquillità della gente kazaka che, pur vivendo in una città dove la povertà è evidente, ha uno stipendio decente e sente qualcosa in cui credere, buffo e nello stesso tempo tremendamente interessante come i matrimoni tradizionali.

Giulia Panicciari

Tratto da Konrad 134 di marzo 2008

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