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La battaglia soda, di Luciano Bianciardi

La battaglia soda, di Luciano Bianciardi, è uscito da Rizzoli nel 1964. È stato poi ristampato in edizione economica da Bompiani nel 1997. Dopo di che, il nulla.
Eppure si tratta di una delle opere più interessanti e godibili dello scrittore toscano (1922 – 1971), anch’egli oggi quasi dimenticato e pressoché del tutto trascurato dall’editoria nazionale.

In forma di racconto pseudo autobiografico, il volume narra le vicende di un garibaldino toscano – poi ufficiale dell’esercito dell’Italia unita – il cui nome non viene mai menzionato, dalla fase finale dell’impresa dei Mille alla vergognosa sconfitta di Custoza.

La storia si ispira alla vita di un personaggio realmente esistito, il maremmano Giuseppe Bandi, mazziniano e garibaldino, poi arruolato nel Regio Esercito con il quale combatté a Custoza e infine giornalista e direttore di giornali.

Bianciardi vi costruisce un racconto ricchissimo di dettagli, situazioni e personaggi, in parte storici (tra i quali Garibaldi, Mazzini, Bixio, Lamarmora, ecc.) in parte di fantasia, all’interno di un’accurata narrazione degli eventi di quegli anni cruciali per il Risorgimento e per la costruzione dell’Italia unita.

In una lingua straordinaria, che aggiunge saporiti prestiti dalla parlata toscana a uno stile che reinventa mirabilmente lo scrivere – e la mentalità – di un patriota dell’800, l’autore fornisce contemporaneamente una sua interpretazione delle vicende storiche di quegli anni. Un’interpretazione, va detto, lontana da quella tradizionale, sostanzialmente agiografica e museificata, usuale per decenni nell’insegnamento scolastico (con lodevoli eccezioni) e nelle celebrazioni ufficiali. Vengono così descritte per quello che furono, l’annessione del Sud da parte dei piemontesi con la contestuale emarginazione dei poco controllabili garibaldini, la conservazione in molte importanti posizioni pubbliche di personaggi dell'”ancien régime”, cioè degli Stati preunitari, e quindi il fallimento delle speranze riposte da tanti in un processo unitario che fosse al contempo modernizzazione della società e vera liberazione dei cittadini del nuovo Stato. Naturalmente, Bianciardi sottolinea anche il ruolo nefasto del clero rispetto a ogni aspirazione unitaria dei patrioti e l’arroganza, sintomo spesso di incompetenza, della classe militare piemontese dominante nelle “nuove” forze armate (da cui il disastro del 1866).

Impossibile non vedere nel racconto di quegli anni risorgimentali, un parallelismo con le vicende dell’Italia a dominante democristiana post 1945, con l’inevitabile rabbia per ciò che si fece, e le conseguenze che ne derivarono (e perdurano tuttora) e il rimpianto per ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare e invece non si fece.
Probabilmente è questa la ragione vera dell’immeritato oblio a cui l’industria culturale ha condannato Luciano Bianciardi, autore di altri volumi e saggi ispirati alle vicende del Risorgimento (Da Quarto a Torino, Aprire il fuoco, Garibaldi), insieme a romanzi (Il lavoro culturale, L’integrazione, La vita agra) forse troppo lontani dai modelli narrativi imperanti negli anni, tra la fine dei ’50 e i primi ’60, in cui furono scritti. E poi Bianciardi era sostanzialmente un anarchico, che mai volle aderire ad alcuna delle conventicole cultural-politiche in cui si rintanava la maggior parte degli intellettuali italiani della sua epoca…

Luciano Bianciardi
La battaglia soda
ed. Bompiani, 1997
pp. XVII + 194

Dario Predonzan

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