L’acqua è un bene comune essenziale, una risorsa sempre più problematica a causa del riscaldamento globale da gestire per garantirne la disponibilità a prezzi contenuti. Il 31 dicembre 2027 scadrà la concessione del Servizio Idrico Integrato (SII) di Trieste all’azienda privata AcegasApsAmga SpA del gruppo Hera. AUSIR l’ente regionale di controllo dei servizi acqua e rifiuti ha il compito di avviare le procedure di subentro. Con il parere dei Comuni interessati si deve decidere su tre possibilità: la messa in gara europea del servizio (per cui l’operatore prossimo potrebbe essere diverso da Hera), la costituzione di una società mista pubblico-privata, o la gestione in house, soggetto controllato direttamente dai Comuni. Quest’ultima scelta è coerente con il referendum del 12 e 13 giugno 2011. Con l’approvazione del primo quesito è stato bloccato il tentativo di imporre la liberalizzazione in tutti i settori dei servizi pubblici locali. Il secondo quesito ha eliminato nel calcolo della tariffa la remunerazione del capitale investito. La tariffa permette così di ripagare solo i costi operativi e gestionali, mentre gli investimenti in nuovi impianti, nelle reti e nella manutenzione/sostituzione delle vecchie infrastrutture saranno a carico del gestore. Poiché nessuna banca o nessun privato investirebbe in queste condizioni possono farlo solo lo Stato o gli Enti locali, quindi solo l’affidamento in house garantisce gli investimenti in nuovi impianti, nelle reti e nella manutenzione/sostituzione delle vecchie infrastrutture. Nel 2011 gli italiani votarono compatti per togliere l’acqua dalla logica del mercato, 26 milioni di italiani e 85000 triestini scelsero questa soluzione. Invece in seguito furono introdotti gli stessi meccanismi che il voto aveva cancellato, fu creata una zona grigia: nessun obbligo di privatizzare, ma nessun impulso a pubblicizzare. La giunta di sinistra del Comune di Trieste affidò la gestione del SII ad una società per azioni distributrice ogni anno di ricchi dividendi ai soci, il 54,2 % è in mano ai privati, il 4,23% è del Comune di Trieste. A Trieste che perde ancora adesso il 40% dell’acqua distribuita sul suo territorio le tariffe del SII sono fra le più salate d’Italia. Il costo del personale dirigenziale risulta di 2 mln/anno, non poco visti i risultati.
Secondo l’art. 18 della Convenzione fra Hera e Comune di Trieste alla scadenza naturale il Gestore restituisce gratuitamente tutte le opere, gli impianti e le canalizzazioni, quelle successivamente realizzate con i proventi della tariffa, nonché quelle realizzate a spese di altri soggetti e affidate in concessione. Se al momento della cessazione della gestione le infrastrutture idriche e comunque i beni realizzati non sono stati interamente ammortizzati dalle tariffe al gestore uscente è dovuto il pagamento di un rimborso. Si parla di 180 milioni di euro, ma bisogna conoscere il dettaglio della cifra richiesta.
Sulla scadenza del 31 dicembre 2026 della Convenzione è stata convocata la Commissione trasparenza. Il problema è a chi affidare la gestione, la maggioranza è per la gestione privata attraverso una gara europea, così anche per parte della minoranza, la sinistra vera è per la gestione pubblica in house. Si attende il parere di AUSIR, su cui il Comune dovrà esprimersi in modo vincolante.
È stata dedicata a tutti coloro che hanno votato sì ai due referendum sull’acqua l’incontro Acqua pubblica: che fine ha fatto organizzato l’11 aprile 2016 da Legambiente Trieste e dalla Consulta degli utenti della Cato all’Auditorium del Museo Revoltella. Condotto dalla direttrice di Konrad Simonetta Lorigliola e presentato da Lino Santoro di Legambiente e della Consulta degli utenti. Il dibattito molto partecipato si è svolto attraverso le relazioni di Maurizio Montalto presidente di ABC (Acqua Bene Comune), azienda speciale che a Napoli gestisce il SII, di Giulia Milo docente di Diritto Amministrativo presso l’Università di Trieste e di Fabio Cella direttore della Cato.
Hera distribuisce agli azionisti il profitto che insieme ai costi di gestione compongono la tariffa. Con l’affidamento in house a un’azienda speciale pubblica i ricavi sarebbero completamente investiti sulla rete e sugli impianti escludendo la voce profitto dal bilancio. Per Montalto l’acqua è un bene comune e quindi un diritto e non una merce. L’azienda speciale napoletana investe i ricavi delle tariffe nel potenziamento della rete, negli impianti e nella politica gestionale coinvolge cittadini e movimenti. Incontra però l’ostilità dell’ambiente istituzionale e dell’Authority regolatrice del mercato.
[Studio Agenia: I presupposti per l’affidamento in House, documento per Cato (Consulta d’Ambito Orientale Triestino), 2016] In seguito alla conferenza organizzata da Legambiente, Konrad e Cato all’auditorium del Revoltella, l’assemblea Cato deliberò il 17 dicembre 2015 di affidare a un soggetto terzo uno studio di analisi e fattibilità di affidamento in house. Fu scelta la società di consulting Agenia (Acqua, Gas, Energia, Infrastrutture, Ambiente). Lo studio metteva in luce le problematiche relative alla scelta in house, che sono sostanzialmente finanziarie ma l’in house esiste senza grandi difficolta in tante realtà locali.
(Eurispes.it, L’acqua torna a casa, Paolo Scacco, 22 giugno 2026) Una sentenza del Tribunale Civile di Firenze del 10 marzo 2026, ha respinto il ricorso di Acea/acque Blu Fiorentine e confermato il trasferimento del 40% di Publiacqua a Plures, la multiutility toscana interamente pubblica per 122 milioni di euro. Secondo il rapporto Eurispes Un sistema che fa acqua in Italia, sistema in gran parte in mano ad aziende private, il consumo di acqua è di 220 litri/capite, contro una madia europea di 123 litri, questo perché la rete perde oltre il 42% del volume immesso. Eppure dove l’acqua è gestita in house il sistema idrico integrato funziona bene in modo efficiente e con tariffe inferiori ai sistemi gestiti da ditte private. Come in Lombardia, in Puglia, a Napoli.
(Aspetti regolamentari delle società In House, Consiglio nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, maggio 2010). La Commissione Europea ha definito gestione in house l’attività di un’Azienda speciale alla cui esecuzione la pubblica amministrazione provvede con mezzi propri tramite una struttura commerciale che di fatto è un’emanazione della stessa amministrazione: per fornire servizi di interesse pubblico NON vi è l’obbligo a far ricorso a entità esterne. L’in house providing è un modello organizzativo dell’ente pubblico per la gestione diretta di servizi pubblici, per cui non è necessaria una gara, a condizione che l’amministrazione pubblica eserciti sull’ente un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che il capitale dell’azienda sia interamente pubblico.
Lino Santoro