Proseguiamo il nostro viaggio nello scomodo e dimenticato tema dell’abuso sessuale nell’infanzia, dando voce a chi da un aiuto concreto ai survivor, a chi si impegna nel rendere la loro vita non solo tollerabile ma ricca e degna di essere vissuta a pieno. Lo facciamo intervistando Laura Monticelli, presidente dell’Associazione Meti (https://www.assometi.org/chi-siamo).
Come nasce l’idea dell’associazione?
Nasce innanzitutto dalla mia esperienza personale di bambina abusata durante l’infanzia, un’esperienza che ho raccontato nel libro La bambina che beveva cioccolata. Dopo gli incontri di presentazione del libro, le persone si avvicinavano per raccontarmi le proprie storie di violenza, i propri traumi, riconoscendosi in ciò che avevo scritto ma lamentando un enorme senso di solitudine, Se ci penso, al tempo anch’io ne parlavo soltanto con la mia psicologa, non avevo alcun confronto con persone che avevano il mio stesso vissuto.
Dal 2010 al 2013, ho cercato associazioni o realtà che trattassero questo tema ma non ne ho trovate: ho deciso così di crearne una.
La vostra attività ruota attorno a gruppi di Auto Mutuo Aiuto (AMA): di cosa si tratta esattamente?
I gruppi AMA sono strutture di piccolo gruppo per facilitare l’interazione tra i soggetti e sono costituite da persone che vivono o hanno vissuto la stessa condizione, le quali si uniscono per assicurarsi reciproca assistenza nel soddisfare i bisogni comuni, superare un’esperienza negativa o un problema di vita oppure per impegnarsi a produrre cambiamenti personali o sociali.
I membri provvedono a darsi supporto l’uno con l’altro, apprendendo nuove modalità di fronteggiare le difficoltà e migliorare la propria condizione: così facendo, aiutano gli altri mentre aiutano sé stessi.
Nei gruppi AMA c’è un fenomeno di rispecchiamento: a volte non serve parlare perché tutti capiscono cosa stai vivendo e sanno come comportarsi, senza giudizio.
Va specificato che nei gruppi AMA non ci sono professionisti come psicologi, educatori o psichiatri; esistono dei “facilitatori” che, dopo aver frequentato un corso di formazione con Amalo Lombardia (https://www.amalo.it/chi-siamo/), hanno il compito di far rispettare alcune regole (orari ecc) e stimolare la discussione.
Meti offre diversi gruppi di AMA: attualmente ne esistono 2 in presenza a Milano e a Trieste e ben 18 online. I gruppi accolgono persone adulte che hanno subito violenze, abusi e maltrattamenti durante l’infanzia ma ne esistono di specifici per genitori e parenti di bambini che hanno subito una forma di violenza e per i partner di persone abusate.
Considerata la presenza di un gruppo AMA a Trieste, cosa deve fare chi fosse interessato a partecipare?
A Trieste abbiamo potuto contare sulla fondamentale collaborazione con l’Associazione Clic (https://www.clictrieste.it/) che ha consentito la possibilità di incontri in presenza.
Chi volesse partecipare, deve contattare Meti (info@assometi.org) e diventarne socio.
Prima di partecipare agli incontri, ci sono alcuni passaggi intermedi di reciproca conoscenza che sono necessari. Infatti, potrebbe accadere che alcune persone abbiano bisogno di un percorso più lungo per elaborare il proprio trauma o che non siano in grado di condividerlo in un gruppo.
Il percorso di psicoterapia è fondamentale ma sottolineo il fatto che vada intrapreso con psicologi specializzati sul trauma.

Quali sono i progetti a cui state lavorando?
Ne abbiamo due: Gomitoli e Specchio Riflesso.
Gomitoli è un’iniziativa finanziata da ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento, nell’ambito del programma NORA against GBV, cofinanziato dall’Unione Europea.
Il progetto nasce dall’ascolto diretto delle donne survivor di abusi sessuali e maltrattamenti subiti durante l’infanzia e si pone l’obiettivo di contribuire alla prevenzione della violenza e alla costruzione di una narrazione pubblica più consapevole, rispettosa e inclusiva del fenomeno, intervenendo sia sul piano della cura che su quello educativo e culturale. Il cuore creativo di Gomitoli è la creazione di una Magic Box: si tratta di uno strumento educativo e di cura, simile a un escape room da tavolo, progettato “dal basso” attraverso laboratori esperienziali con le survivor. Attraverso questo gioco da tavolo, costituito da livelli da superare, anche chi non ha subito traumi ed abusi arriva a capire come si sentono i survivor, cosa vorrebbero sentirsi dire; inoltre, aumenta la consapevolezza ed aiuta a riconoscere i segnali di abusi sessuali sui minori. A settembre caricheremo sul sito i moduli, i materiali e le regole da scaricare per giocare ma per chi fosse interessato già oggi, provvediamo ad inviare l’occorrente e a fare anche simulazioni dal vivo.
Crediamo molto nel progetto del gioco per varie ragioni: perché siamo state “adultizzate” troppo presto e la dimensione del gioco ci è mancata completamente e perché il gioco significa condivisione ed apertura agli altri.
Specchio Riflesso è un percorso di indagine e trattamento contro gli abusi sessuali sui minori di cui si sentiva la mancanza in quanto l’unica ricerca del genere in Italia è stata realizzata nel lontano 2006 dal CISMAI.
La ricerca ha una durata di diciotto mesi e si articola su tre pilastri principali: una ricerca retrospettiva finalizzata all’aggiornamento dei dati sul fenomeno (coivolge circa 100 persone adulte survivor nelle regioni di Lombardia, Piemonte, Lazio e Toscana); un articolato programma di formazione rivolto al personale medico e sociosanitario (350 professionisti coinvolti tra formazione in presenza e webinar); una campagna di comunicazione orientata a rendere visibili gli aspetti meno conosciuti e più complessi della violenza sessuale sull’infanzia (realizzazione di un gioco da tavolo sul tema del consenso e workshop).
Meti è necessaria per i survivor ma a che punto siamo con la consapevolezza del fenomeno, anche e soprattutto in chiave di prevenzione?
A mio avviso, si parla sempre troppo poco di abusi sull’infanzia che comprendono anche i maltrattamenti e la trascuratezza ma non siamo fermi, anzi vedo dei progressi anche basandomi sui dati delle denunce che sono aumentate.
È fondamentale segnalare alle istituzioni preposte, appena se ha contezza, i comportamenti abusanti degli adulti anche se la segnalazione cade nel vuoto, anche se ci si espone a delle ripercussioni, anche se è più facile “farsi gli affari propri”.
Da bambina avrei tanto voluto che qualcuno si fosse accorto di quello che stavo passando e lo avesse segnalato alle autorità, mettendo fine al mio incubo.
Ermanno Brunettin